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Sull'etichetta di Cesare Valsangiacomo sta scritto "Aprile 1929"
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MENDRISIO
18.09.2021 - 19:530
Aggiornamento : 22:10

«Fare un buon vino è come dipingere un bel quadro»

Novantadue anni lui, 190 l'azienda. Cesare Valsangiacomo racconta perché l'attuale non è la stagione più difficile

«Io e il vino abbiamo fatto una lunga strada insieme. Vedo per il Merlot ticinese un futuro tranquillo, ma di battaglia. L'importante è coltivare sempre nuove idee».

MENDRISIO - Venti minuti con Cesare Valsangiacomo che quest’anno festeggia i 190 anni della Valsangiacomo Vini di Mendrisio, fondata nel 1831 da Giovanni. Oggi, con il figlio Uberto, l’azienda vinicola è alla sesta generazione. Sulla personale etichetta di Cesare sta scritto aprile 1929. L’anno in cui la Borsa prese la sbornia. 

Il vino fa buon sangue, se consumato con moderazione. Alla sua età un bicchiere al giorno è ancora consentito?   
«Anche più di un bicchiere. Il mio rapporto con il vino resta di affetto e amore. Assieme abbiamo fatto una lunga strada. Apprezzo il bianco, ma la mia preferenza va al rosso

Nel 2021 la Fratelli Valsangiacomo festeggia i 190 anni. Come nacque l’azienda e che vini si bevevano nel 1831 in Ticino?
«Da allora e fino a pochi decenni fa c’era l’abitudine di bere del vino da tavola senza denominazioni particolari. Magari un buon Barbera che era il vino delle nostre famiglie. Il Merlot è stato impiantato in Ticino attorno al 1906. La Fratelli Valsangiacomo nasce come azienda di importazione di vini. Abbiamo sempre vinificato, ma all’inizio era una piccola parte del nostro lavoro, oggi invece rappresenta il 95%. Le nostre etichette sono tante, qualcuna celebre come il Merlot “Roncobello” di Morbio, un rosso che è stato servito anche alla Casa Bianca ed è stata la prima etichetta a prendere il nome dal vigneto dove è prodotta l’uva».

L’età l’ha portata ad attraversare fortune e sfortune del Merlot. Giacenze in cantina, concorrenza dei vini esteri e una popolazione che beve sempre meno. È davvero un momento difficile per il vino ticinese?
«Ci sono stati altri anni di crisi, ricordo il 1992 che rappresentò un momento molto duro per le nostre aziende d'importazione. Venne meno il contingente, ossia il diritto di importazione, che sosteneva gli importatori. Un'azienda come la nostra raggiungeva una cifra d’affari di 18 milioni di franchi. Il 1992, con l’entrata in concorrenza dei commercianti, fu micidiale per molti».

Qual è il suo giudizio sul momento attuale e di che colore vede il futuro del vino ticinese?
«Oggi bisogna saper vendere il prodotto. È pesante, ma le situazioni di crisi hanno sempre aguzzato l’ingegno. Per il vino ticinese vedo un futuro tranquillo, ma di battaglia e grande impegno. L’importante è coltivare sempre idee nuove».

Il 2021 è stato l’anno delle grandinate e degli eventi meteorologici estremi che vini troveremo nel bicchiere?
«Dipende dove. Noi l’abbiamo scampata e le nostre uve sono perfette. Chi saprà lavorare bene il raccolto potrà ottenere vini di qualità superiore. È presto dirlo, ma potrebbe essere un’annata di grande rilievo. Sono ottimista».

Di stagioni ottime ne avrà vissute tante…
«Direi di sì, alla mia età le stagioni ormai si accavallano. La mia prima vendemmia risale addirittura al 1950».

Si sente spesso dire che il Merlot ticinese ha raggiunto livelli di eccellenza. Si tratta di un vitigno che ha ancora margini di miglioramento?
«Io sono un ammiratore del Merlot. Con le nostre condizioni di terreno e clima, non so che vitigno potremmo usare in alternativa. Anni fa quando non producevamo abbastanza Merlot, ricordo che ne acquistavamo da altri distretti, dal Bellinzonese ad esempio. Questi tagli portavano a risultati notevoli alla degustazione».

Margini di fantasia per migliorare il vino ce ne sono sempre in quella che resta un’arte. Giusto?
«Fare un buon vino è come dipingere un bel quadro».

Un tempo l’educazione al consumo del vino avveniva anche in famiglia. Oggi, forse, questo svezzamento dolce e affettuoso è venuto un po’ meno. Lei, ha mai insegnato ai suoi figli a bere bene e nel modo giusto?
«Senz’altro. In casa mia nessuno ha mai bevuto male». 

Non azzardiamo che ci sia un’età per la conoscenza del vino. Ma magari c’è un modo, cosa pensa, ad esempio, di chi allunga il vino con la gazosa…?
«No, guai. Delitto! Fatelo, magari con la birra ma non con il vino».

Se dovesse salvare una sola bottiglia della sua cantina quale sceglierebbe?
«A parte le grandi specialità come il Rubro, se dovessi portare in salvo una bottiglia sarebbe il Roncobello o il Piccolo Ronco, un grande vino di Pedrinate. Ma in cantina conserviamo anche etichette che risalgono a più di 30, 40 anni fa».

Ancora stappabili?
«Magari in punto di morte un bicchiere da quelle bottiglie potrebbe avere effetti salvifici (dice scherzando, ndr). Sono vini da tenere per casi estremi».

La scorsa primavera, a Lugano, è stata venduta a un collezionista una bottiglia del Domaine de la Romanée-Conti da 6 litri per un milione di franchi. Quando legge di questi exploit cosa pensa?
«Che non è nemmeno molto per le possibilità di un miliardario. La Romanée-Conti è infatti il Vaticano dei vini. Ma parliamo di eccezioni, perché il vino deve restare alla portata di tutte le tasche. In quanto sostegno per la salute. Un bicchiere di vino tiene lontano il medico».

Di preferenza ai pasti, corretto?
«Anche più di un bicchiere. Il discrimine resta la qualità. Bianco o rosso? Dove si ferma il primo, inizia il secondo per gli stimoli in più che possiede».

Salute e buona vendemmia, signor Cesare!
«Senz’altro. Se non vado due o tre volte la settimana in azienda o tra i filari non sto bene».

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Commenti
 
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F/A-19 1 mese fa su tio
Ma quando fanno il Merlot e lo inondano con vinelli provenienti dalla bassa Italia che quadri vengono fuori? Scarabocchi? Non parlo del signor Valsangiacomo, riporto solo una situazione nota ai piu.
Renfibbioli@gmail.com 1 mese fa su tio
un Vero Signore! Ce ne fossero di più. Complimenti e Auguri per un sempre fiorente futuro
tschädere 1 mese fa su tio
quel valsangiacomo di chicco d`oro e il fratello?
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