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BERNA
18.03.2020 - 11:190

L'appello dei sindacalisti: «Fermare la produzione»

La richiesta, lanciata al Consiglio federale, per limitare il numero dei contagi

BERNA - Bisogna assolutamente fermare tutte le attività di produzione e servizi che non sono socialmente necessarie e urgenti, allo scopo di ridurre il numero di morti legati al coronavirus. È l'appello lanciato oggi al Consiglio federale da una sessantina di sindacalisti.

«A cosa serve vietare l'accesso ai parchi pubblici se centinaia di migliaia di dipendenti devono lavorare fianco a fianco nei cantieri, nelle industrie e persino negli uffici?», si chiedono i firmatari dell'appello, tra cui vari esponenti di Unia, del Sindacato svizzero dei servizi pubblici (SSP/VPOD) e di Syndicom. Insomma, per fermare la diffusione del coronavirus, e quindi ridurre il numero di morti, non è sufficiente chiudere ristoranti, saloni di parrucchiere e cinema.

I sindacalisti chiedono quindi al Consiglio federale di decretare lo stop a tutte le attività non socialmente necessarie e urgenti e di concedere a tutti gli interessati un congedo straordinario retribuito. Eventuali ore straordinarie da recuperare o giorni di ferie da prendere non vanno conteggiati. Tali misure devono restare in vigore fino alla fine dell'emergenza sanitaria.

Nel contempo, vanno prese misure per proteggere i lavoratori che operano in quelle attività ancora autorizzate. Controlli compresi.

I sindacalisti sostengono poi che i lavoratori dipendenti non devono pagare il prezzo del coronavirus. Viene pertanto chiesto un divieto di licenziamenti legati all'interruzione o riduzione della produzione, nonché un'estensione delle indennità di disoccupazione. Inoltre, tutti devono poter continuare a beneficiare del salario in caso di interruzione dell'attività, anche chi dispone di un contratto a tempo determinato, i lavoratori temporanei e quelli retribuiti all'ora.

La Svizzera è uno dei paesi più ricchi del mondo. È dunque perfettamente in grado di trovare finanziamenti per queste misure. In caso di bisogno si potrebbe immaginare di chiedere un «contributo di solidarietà» ai dirigenti d'impresa e agli azionisti. Insomma, per i sindacalisti «le nostre vite valgono più dei loro profitti».
 
 

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