Quando ricomincia la scuola, quale futuro stiamo preparando ai nostri giovani?

Elio Del Biaggio
Lunedì 31 agosto, in Ticino, migliaia di bambini e ragazzi torneranno sui banchi di scuola. Zaini sulle spalle, libri nuovi, insegnanti da ritrovare e nuovi compagni da conoscere. Per molti sarà semplicemente l'inizio di un altro anno scolastico. Per i più grandi, invece, sarà anche un altro passo verso una scelta importante: quale formazione, quale professione, quale futuro.
Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare la nostra riflessione.
Perché educare un giovane non significa soltanto trasmettergli conoscenze. Significa prepararlo alla vita, al lavoro, alla responsabilità e all'autonomia. Significa dargli gli strumenti per affrontare un mondo che cambia rapidamente, ma anche la possibilità concreta di costruirsi un futuro nel proprio territorio.
Il Ticino investe nella formazione e offre percorsi diversi, dall'apprendistato agli studi superiori. Ma dopo la scuola arriva la realtà: il mondo del lavoro, gli stipendi, gli affitti, i premi di cassa malati, il costo della vita e la difficoltà, per molti giovani, di diventare economicamente indipendenti.
E allora la domanda è inevitabile: il nostro Cantone è ancora in grado di offrire ai suoi giovani un futuro abbastanza interessante da convincerli a restare?
È una domanda scomoda, ma necessaria.
Perché possiamo formare giovani preparati, competenti e ambiziosi, ma se poi le migliori opportunità, i salari più attrattivi e le prospettive professionali più interessanti si trovano altrove, o vengono offerte ad altri, rischiamo di investire nella formazione di un’intera generazione per poi vederla partire.
E quando un giovane parte, non perdiamo soltanto una persona. Perdiamo competenze, idee, energie, talento e una possibilità concreta per il futuro del Ticino.
La scuola, naturalmente, non può risolvere tutto. Ma dovrebbe preparare i ragazzi anche al mondo reale: alle professioni che cambiano, alle competenze digitali, alla formazione continua, alla responsabilità e alla capacità di adattarsi. E dovrebbe contribuire a restituire valore anche alla formazione professionale, perché un apprendistato qualificato non è una scelta di serie B, ma può essere una porta concreta verso il mondo del lavoro.
Soprattutto, però, dobbiamo riuscire a trasmettere ai giovani una cosa fondamentale: la fiducia nel proprio futuro.
Perché se crescono pensando che il merito conti meno delle conoscenze personali, che per trovare un'opportunità servano le giuste relazioni o che per realizzarsi sia necessario lasciare il Ticino, il problema non sarà soltanto economico. Sarà anche sociale.
Ogni anno, quando la scuola ricomincia, dovremmo quindi chiederci non soltanto che cosa
impareranno i nostri ragazzi, ma anche che cosa troveranno quando ne usciranno.
Troveranno un'economia capace di valorizzarli? Aziende pronte a investire sui giovani?
Opportunità professionali, salari dignitosi e condizioni per costruire una vita autonoma?
Oppure saremo ancora una volta costretti a guardarli partire?
Il futuro del Ticino non si misura soltanto nelle infrastrutture, sempre più sovente bisognose di manutenzione, nei bilanci che si fanno di anno in anno più difficili o nei progetti annunciati e troppo spesso rinviati alle calende greche, non sempre pertinenti o davvero prioritari. Si misura soprattutto nella capacità di offrire ai propri giovani opportunità, prospettive e una ragione concreta per restare.
E mentre lunedì le campanelle torneranno a suonare, questa dovrebbe essere la domanda più importante per tutta la nostra società:
“Stiamo preparando i nostri giovani a partire oppure stiamo finalmente costruendo un Ticino nel quale possano desiderare di restare?”



