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SARA ROSSINI

Quando cerchiamo fuori ciò che stiamo perdendo dentro

Sara Rossini – fondatrice Fill-Up apprentice
Sara Rossini
Quando cerchiamo fuori ciò che stiamo perdendo dentro
Sara Rossini – fondatrice Fill-Up apprentice

Negli ultimi anni molte aziende si trovano tutte nella stessa situazione: fanno sempre più fatica a trovare personale. Mancano candidati, mancano competenze, mancano persone disposte a restare. Così l’attenzione si sposta quasi automaticamente verso l’esterno. Si cercano giovani, si investe in nuove campagne, si ripensa alla politica del personale per risultare più attrattivi. Tutto comprensibile.

Ma c’è un rischio che spesso passa inosservato.

Mentre si guarda fuori, ci si dimentica di guardare dentro.

In molte realtà, soprattutto quelle con una storia lunga alle spalle, le persone che lavorano in azienda da anni vengono considerate una certezza, un punto saldo. Sono lì, conoscono il mestiere, fanno il loro lavoro, non creano problemi. Tengono tutto in piedi. Proprio per questo finiscono lentamente ai margini dell’attenzione. Non perché non siano importanti, ma perché sembrano “a posto”. E quando qualcuno sembra a posto, smette di essere una priorità.

L’abitudine fa il resto.

Si dà per scontato che queste persone sappiano cavarsela da sole, che non abbiano bisogno di essere accompagnate, ascoltate o valorizzate. In fondo, se sono lì da tanto tempo, vuol dire che stanno bene. O almeno così si pensa. La realtà, però, è spesso diversa.

Le persone storiche sono le detentrici del know-how aziendale, della cultura interna, del modo corretto di lavorare. Sono quelle che hanno visto l’azienda crescere, cambiare, adattarsi. In molti contesti sono anche il primo punto di riferimento per chi entra nel mondo del lavoro, il modello da cui si impara osservando. In un periodo di carenza di personale, queste figure diventano ancora più centrali. Eppure, sono anche quelle che più facilmente si sentono invisibili.

Stringono i denti, perché l’azienda se la sentono loro. Ma quando qualcosa si rompe, spesso non si torna più indietro.

Il problema è che questo disagio raramente si manifesta in modo evidente. Non ci sono scenate, non ci sono lettere di protesta, non ci sono richieste eclatanti. C’è piuttosto un lento spegnersi. Meno coinvolgimento, meno energia, meno senso di appartenenza. A volte subentra il cosiddetto “quieto vivere”, altre volte la decisione di cercare altrove. E quando queste persone se ne vanno, l’azienda si accorge di quanto fossero fondamentali solo nel momento in cui non ci sono più.

Qui nasce il doppio problema.

Da una parte, le aziende faticano a trovare nuove persone all’esterno. Dall’altra, rischiano di perdere quelle che già hanno all’interno e che rappresentano una risorsa immediatamente operativa, competente e profondamente radicata nel contesto aziendale. Non perché i giovani non siano importanti, ma perché il capitale umano già presente è ciò che garantisce continuità, stabilità e trasmissione di competenze.

La contraddizione è evidente: si investe tempo ed energia per attrarre nuovi collaboratori, mentre si trascurano quelli che potrebbero essere fidelizzati e rilanciati con maggiore efficacia. Il problema non è la mancanza di persone, ma l’incapacità di valorizzarle davvero. Ed è anche per questo che il malessere aumenta: non sentirsi riconosciuti viene vissuto come una frattura profonda.

Studi recenti confermano che il mancato riconoscimento è uno dei principali fattori di insoddisfazione e stress sul lavoro. Quando una persona non si sente vista, l’impegno cala, la motivazione si affievolisce e la volontà di restare diminuisce. Questo ha un impatto diretto non solo sul singolo, ma anche sull’ambiente in cui opera.

Eppure, quando si parla di strategie per il futuro, questo tema resta spesso in secondo piano. Si discute di immagine aziendale, di attrattività, di nuove generazioni. Più raramente ci si chiede come stanno davvero le persone che tengono in piedi il presente e che, ogni giorno, trasmettono – nel bene e nel male – un modo di stare nel lavoro anche a chi è all’inizio del proprio percorso.

Il rischio dell’abitudine è proprio questo: convincerci che ciò che funziona oggi continuerà a funzionare anche domani, senza bisogno di cura. Ma le aziende, come le relazioni, non si mantengono da sole. Hanno bisogno di attenzione, riconoscimento e dialogo.

Forse la domanda da porsi non è solo come attirare nuovi collaboratori, ma come evitare di perdere quelli che già ci sono. Perché cercare fuori ciò che si sta perdendo dentro non è solo un rischio per l’azienda, ma anche per la società. Significa avere persone che lavorano senza stare bene e che, inevitabilmente, portano questo malessere anche fuori dal luogo di lavoro. E quando il lavoro diventa un luogo di insoddisfazione diffusa, le conseguenze non riguardano solo le imprese, ma l’intero tessuto sociale.

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