Di fuoco e smartphone - Quale esistenza nella società dell'immagine?

di Filippo Contarini, professore assistente di storia e teoria del diritto
di Filippo Contarini, professore assistente di storia e teoria del diritto
CRANS MONTANA - Perchè i ragazzi filmavano il fuoco di Crans con il loro smartphone? In questi giorni molti psicologi ci danno spiegazioni neurobiologiche: il cervello di questi giovani non è formato, sentono troppo, lo schermo tra loro e il fuoco varrebbe come anestetico emotivo (lo dice p.e. Giuseppe Lavenia). Secondo me è una spiegazione monca. Anche la dimensione culturale entra in gioco e ci spinge a registrare quel fuoco, non solo il nostro istinto. Due anni fa ho cercato di dare una lettura teorica a questo fenomento. Ripropongo ora adattandolo quel contributo apparso nel gennaio 2024 sul periodico anarchico Voce Libertaria (https://anarca-bolo.ch/vocelibertaria/).
Tutte e tutti noi abbiamo uno smartphone in tasca (fortunato chi riesce a negarsi…). Ripenso a tre scene della nostra società virtuale, accadute negli scorsi sei mesi. La prima: un automobilista si ferma sull’autostrada perché vede dall’altra parte un incidente, una persona stava bruciando viva. Invece di correre a spegnere la fiaccola, si ferma a filmare la scena con il suo smartphone. La seconda: una gaudente cittadina del mondo si fa fotografare in posa piaciona sui binari che conducono dentro Auschwitz. Non si rende conto che il sorriso è malplacé. La terza: l’avventore della camera ardente di Maurizio Costanzo vedendo Maria De Filippi – la vedova – davanti al feretro, in un attacco di incontinenza le chiede un selfie. Lei acconsente, cosciente che la sua posizione di diva televisiva la ha resa poco più che una figura di cartapesta.
Queste scene ci mostrano che nel mondo dell’immagine ormai la morte è morta. Siamo entrati nella società senza dolore, come suggerisce Byung-chul Han. Qualunque atto politico, qualunque descrizione del nostro rapporto con la realtà, deve fare i conti con l’assuefazione della rappresentazione del sé nella sfera virtuale. Possiamo cassarla in modo autoassolutorio, definendo quello che stiamo vivendo con la formula banalissima che “insomma, è il capitalismo maturo”. Ma io non amo trastullarmi con il vetero-marxismo. Non mi importa la tassonomia (Capitalismo? Tecnofascismo?) dobbiamo cominciare a chinarci sul problema che questa società esiste. I giovani e la fotografia della morte... L’internet era un sogno libertario, si sta dimostrando qualcosa di enorme ed imprevisto. C’è da ragionare sulla nuova costruzione del sé nel mondo globale, abbiamo bisogno di una nuova teoria dell’alienazione. E i tre casi descritti – come pure la tragedia di Crans Montana – ci possono dire qualcosa. Notiamo un bisogno impellente di raccontarsi come protagonisti di una storia di quel mondo virtuale fatto di immagini. Scorgiamo tre scenografie di base.
Prima scenografia: il protagonista è colui che filma la scena come se fosse una giornalista o una regista. Riprende l’uomo che brucia, limitandosi a dare testimonianza della Storia che si consuma. Io che filmo divento protagonista della costruzione di una scena a cui altrimenti solo assisterei nella mia quotidianità digitale, osservandola su uno schermo. Filmando la fiaccola divento autore dell’immagine che quotidianamente percepisco. Testimonio, quindi sono.
Seconda scenografia: la protagonista è oggetto dell’immagine nel contesto che i suoi occhi riconoscono come immagine iconica, collettiva. La Torre Eiffel, il Taj Mahall, Auschwitz…, sono tutti luoghi che permettono l’orientamento nello spazio-tempo vuoto della sfera digitale. Nell’appiattimento del contesto, il luogo della Memoria emerge come una sorta di montagna da indicare col dito. “Lo vedi quello? È il Monte Bré”. Se esiste Auschwitz e io faccio parte di quell’immagine, esisto anche io. Un Monte Fuji che permette di orientarsi nella vita digitale, che è un supplemento della vita fisica. Il luogo della Memoria diventa propriamente un luogo di memoria: vedendolo dal vivo ricordo di averlo già visto in immagine (mentre le altre milioni di immagini che vedo ogni giorno me le dimentico), quindi esiste. In un presente piatto, sempre identico a sé stesso, partecipo all’immagine collettiva, quindi sono.
Terza scenografia, definitiva perché è la somma le altre due: testimonianza e presenza si fondono assieme. Il protagonista entra a far parte dell’immagine di pregnanza collettiva e testimonia la scena con un selfie. Uno passa una vita a vedere i personaggi in due dimensioni e improvvisamente si trova sbalzato nella realtà delle cose. Facendo il selfie con la De Filippi mi proietto dentro lo schermo che quotidianamente osservo. Il sentimento di sentirsi parte è travolgente, “Maria” diventa un vero e proprio oggetto del desiderio. Improvvisamente non sono più spettatore, ma contribuisco a dare forma tridimensionale al mio mondo che osservo. Il funerale di Costanzo non è solo un luogo della memoria, ma è contemporaneamente un evento collettivo. Il selfie con Maria agisce come ribaltamento della propria vita, da soggetto passivo, l’autofotografante diventa parte della Storia. Quel selfie è una sorta di certificato notarile della partecipazione alla propria vita. Viviamo in una sorta di paradosso: il protagonismo della mia vita deve corrispondere oggi con il racconto di qualcosa che vedono i miei occhi. Ci sono, in quanto assieme al mio smartphone percepisco. Sono la mia immagine, quindi sono.
Mi sembra che questa evoluzione, ovvero la morte della morte e il passaggio alla vita d’immagine, siano simili alle evoluzioni teorizzate da Achille Mbembe nel suo saggio “Critique de la raison nègre”. Questo importantissimo filosofo africano spiega che nel liberismo maturo la nostra esistenza è ridotta alla propria immagine. L’umanità diventa una “cosa”, la soggettività diventa un’essenza superflua della Storia.
Come resistere a questo vuoto osceno? No, non basta spiegare che “sono uscito prima dalla discoteca perchè mio papà mi ha insegnato che si fugge dal pericolo”. Il problema è ben più profondo, non si risolve richiamando all’autorità, alla ricerca del re taumaturgo. Bisogna invece rispondere ai vuoti di senso causati dall’auto-osservazione digitale. Ovvero: bisogna rompere l’idea che il nostro mondo sia anzitutto il mondo che viviamo nella sfera virtuale. Non facile, considerando che già solo questo mio scritto è stato redatto su uno smartphone e lo ho poi inviato via e mail a Voce Libertaria (e ora a Tio!)…
Fare resistenza alla riduzione alla vita d’immagine è oggi anzitutto un’opera di ricostruzione di senso dell’esistenza. È anzitutto questionare il protagonismo come autocelebrazione della propria partecipazione agli eventi dell’immagine. Lo sappiamo: le fontanelle infuocate nella discoteca fighetta sono proprio parte di quell’idea di eventi d’immagine. Ma attenzione, non ci sono santi in terra. Persino la partecipazione a una manifestazione de sinistra in piazza può essere vissuta come mero prendere parte alla società dell’immagine. Per dirla in altre parole: per avere Presenza, non basta la presenza. Anche la lotta politica deve essere liberata dalla dipendenza dell’immagine, dalla partecipazione in quanto espressione di essere nell’evento. Purtroppo, passare ad una materialità anonima e politica in quanto (solo) consapevole delle condizioni materiali della convivenza, è più facile da dire che da fare.
Come costruire esperienze di materialità che interagiscono in modo diverso con l’immagine? Detto brutalmente: come evitare che mentre la casa brucia (famosa frase di Greta Thunberg) l’unica cosa che possiamo fare è riprenderla in video, completamente inchiodati al vuoto del nostro presenze senza storia e senza prospettive altre oltre al mero divertimento e la condivisione sui social delle (magnifiche!) foto in vacanza?
Se che per molti le prossime righe saranno irritanti, ma io penso veramente che uno degli antidoti sia guardare negli occhi i migranti, accoglierli e farci raccontare la loro storia. Non voglio in nessun modo romanticizzare qui il fenomeno della migrazione, ma piuttosto inserirlo in un discorso ampio, il totalmente altro delle nostre foto dell’assenza presente. Il dramma del cammino dei migranti nella sua alterità è l’unica offerta di senso di cui disponiamo nel mondo dell’immagine capitalista. Ovviamente anche loro viaggiano con gli smartphones, ma a quelle loro immagini manca la dimensione spettacolare, che è invece onnipresente nei nostri gesti occidentali. Non di rado i e le migranti toccano con mano il rischio della morte. Il loro passato non è un rimasuglio informe fatto di immagini spettacolari (come lo è invece per noi). Mettersi in moto contiene una radicale riforma di sé, quel loro passato è indelebile.
Più loro ci frequentano, nella loro diversità della materialità, più li rigettiamo (ecco quindi il “Tecnofascismo” che ci spiega Donatella di Cesare, ecco quindi il grido della remigration). La società maschera il problema dicendo che questi migranti non van bene a causa della loro religione, è invece a ben vedere è il loro senso della morte a metterci a nudo. Ogni santa volta, di fronte alla morte, noi scopriamo che nella nostra società dell’immagine la morte è morta, e siamo disorientati. È qui forse che si possono cercare elementi di costruzione di un altro modo di esistere.
Filippo Contarini, professore assistente di storia e teoria del diritto





