Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

Amalia Mirante, economista, docente universitaria e deputata di Avanti con Ticino&Lavoro
Amalia Mirante, economista, docente universitaria e deputata di Avanti con Ticino&Lavoro
In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni. La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce.
La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.
Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.
Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.
Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo. Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.
L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No. Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa. È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.
È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna. Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.
Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.
In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane. Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.
E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.
Amalia Mirante, economista, docente universitaria e deputata di Avanti con Ticino&Lavoro




