Dolori, operazioni ed esperienze negative, «Ma sono felice»

Talento cristallino “made in Ticino”, Stefano Guidotti ha visto sbriciolarsi il suo sogno. Nella scuola ha trovato un ottimo piano B
«Per il dolore, da quando sono andato via da Lugano non sono più tornato a Cornaredo».
Talento cristallino “made in Ticino”, Stefano Guidotti ha visto sbriciolarsi il suo sogno. Nella scuola ha trovato un ottimo piano B
«Per il dolore, da quando sono andato via da Lugano non sono più tornato a Cornaredo».
LUGANO - Un gol trovato in extremis a Zurigo, buono per garantire il pareggio a quello che era il Lugano di Maurizio Jacobacci, sembrava poter essere il primo di una lunga serie. Sembrava poter lanciare definitivamente in orbita Stefano Guidotti. All’epoca 21enne - era il settembre 2020 - quello che è da considerare come uno dei migliori talenti prodotti dal Ticino pallonaro negli ultimi 10-15 anni non è invece mai del tutto esploso. Quel guizzo in mischia è anzi stato probabilmente il picco massimo della carriera del talentuoso centrocampista, stoppato sul più bello da una lunga serie di infortuni, causati dal morbo di Haglund.
«Che mi ha molto rallentato, mi ha costretto, in tempi diversi, a operarmi a entrambi i tendini d’Achille, mi ha dato molto dolore e, probabilmente, mi ha portato anche altri problemi fisici - ha spiegato proprio Stefano - I guai sono cominciati a Lugano e sono continuati negli anni successivi, impedendomi di allenarmi di costanza e, quindi, di giocare con continuità».
Team Ticino, primo assaggio di Lugano, Chiasso e poi ancora i bianconeri per la grande occasione, prima delle più recenti e poco edificanti esperienze al San Gallo e all’Olbia. Il tutto accompagnato dalle presenze con le giovanili della Svizzera. I ripetuti stop, che hanno reso tortuoso il cammino, sono stati dolorosi più a livello fisico o mentale?
«Sicuramente a livello mentale. Mi è infatti capitato spesso di giocare anche se dolorante, soprattutto a Lugano. Non volevo fermarmi, sentivo di avere ancora tutto da conquistare e quindi non rallentavo. Quello, da calciatore, si fa. Non poter scendere in campo, non potermi divertire, non poter assecondare la mia passione invece… quello sì mi ha fatto male. C’è stata tanta frustrazione, ma credo sia normale: nella testa ero un giocatore, ero pronto a vivere il mio sogno, mentre il corpo mi diceva di no, che non avrei potuto».
Divertimento a parte, sentivi che il futuro stava sfuggendoti dalle mani?
«Quando, da giovane, cominci ad arrivare in prima squadra e poi anche a guadagnare spazio nel gruppo, a giocare in Super League, inizi per forza a credere di potercela fare. E stiamo in più parlando del Ticino: i ragazzi che qui riescono a emergere sono pochi… Ti senti insomma un po’ un privilegiato. I problemi avuti mi hanno ovviamente fatto venire brutti pensieri, vivere brutti periodi. Ma anche in quelli non mi sono mai abbattuto del tutto. Ho provato a pensare positivo, a guardare il bicchiere “mezzo pieno” e a costruirmi un “piano B”. Per tutto ciò non posso che ringraziare la mia famiglia. I miei cari mi hanno aiutato, supportato e fatto capire quanto importante fosse impegnarsi a scuola».
Non semplice per uno nato con il pallone tra i piedi.
«Quella è stata la mia grande passione. La scuola però, devo ammetterlo, mi è sempre piaciuta. Sono riuscito a coniugare studio e sport, rallentando con i libri solo una volta arrivato in Super League con il Lugano. Appena ho potuto, in ogni caso, ho ripreso a studiare. E anche ora che sono a Paradiso e che comunque ci alleniamo tutti i giorni, seguo le lezioni di Economia all’USI o, comunque, recupero tutto nel caso non possa essere presente. Oltre a essere un investimento per il futuro, per me gli studi hanno poi sempre avuto un risvolto pratico: mi hanno aiutato a distrarmi dal… calcio. Negli anni mi sono infatti accorto che pensare solo al pallone mi frenava. Mi caricavo di pressione, mi concentrato sugli obiettivi… le ore sui libri invece mi aiutavano a staccare. E, per come sono fatto, a “performare” meglio».
Pressione che hai conosciuto fin da giovanissimo: il talento del cantone…
«Soprattutto quando sono arrivato a Lugano. Quelli sono stati mesi duri. C’è stata l’euforia iniziale, è vero, ma poi il salto dal Team Ticino un po’ l’ho pagato. Sei bravo, sei forte, va bene, ma passi dalle giovanili a confrontarti con dei professionisti: non è stato tutto rose e fiori, anche se devo ammettere che quelle difficoltà mi hanno fatto crescere molto. Mi è solo dispiaciuto che, quando le cose stavano iniziando ad andare veramente bene, sono arrivati i problemi fisici che mi hanno impedito di lavorare al 100%, di fare e dare quello che avrei voluto».
Il treno del calcio dei big è forse definitivamente andato. Quei guai che te lo hanno fatto perdere ti tengono compagnia nella vita di tutti i giorni?
«Ah sì, tuttora mi porto dietro problemi vari. Ma la vita di tutti i giorni funziona. E poi comunque il pallone c’è sempre. La passione c’è sempre».
Anche da tifoso?
«Prima di tutto da calciatore. Lo scorso febbraio ho accettato la sfida del Paradiso. È una società solida, c’è un presidente appassionato, c’è un bell’ambiente, il mister, Baldo Raineri, mi ha sempre aiutato... Da parte mia mi impegno al massimo, secondo le mie possibilità, e penso a divertirmi. E poi sì, anche da tifoso. Del Lugano, ovviamente, anche se da quando sono andato via non sono più tornato a Cornaredo per una partita».
E non per mancanza di tempo.
«No, per il dolore, e non parlo di quello fisico. Come detto, in bianconero ho vissuto periodi molto positivi ma anche tanti davvero negativi. Non ho ancora voltato pagina. Forse con il nuovo stadio tornerò».
Tenuto conto di tutto, di quello che non è stato ma anche di quello che potrà essere, a questo punto sei sereno?
«I dolori, le operazioni, le esperienze negative che ho avuto e che purtroppo sto ancora avendo mi hanno insegnato qualcosa. A volte non è facile trovare il lato positivo delle cose ma, come detto, mi impegno per farlo. Non ho rimpianti, se è questo che volete sapere: tanto è inutile pensare a come sarebbe potuta andare. Non avrebbe senso. Sono contento di quello che ho e che sto portando avanti. Quindi sì, sono soddisfatto e felice».








