La pressione ha vinto: il Municipio dice no al documentario delle polemiche

La decisione dopo le proteste giunte a proposito del documentario sull'Ucraina "Maidan: la strada verso la guerra", che «alimenta l'odio e mette a rischio il clima di accoglienza»
MURALTO - Nei primi mesi del 2025 fecero molto discutere in Italia le proiezioni di un documentario, intitolato "Maidan: la strada verso la guerra", accusato di raccontare la guerra in Ucraina in ottica filorussa, a partire dalle proteste del 2013 di Maidan.
Il caso italiano - Il principale problema del documentario è l'ente che lo ha prodotto: RT, ovvero l'emittente di Stato russa precedentemente nota come Russia Today, sanzionata sul territorio dell'Unione europea come strumento di propaganda del Cremlino. In particolare, tra gennaio e marzo dello scorso anno si moltiplicarono le prese di posizione contro gli eventi di presentazione del film, organizzati, per esempio, nella sede del Comune di Genova, presso l'Università di Torino, ma anche ad Arezzo e a Udine. In alcuni casi, le proteste hanno portato all'annullamento degli eventi; in altri, le proiezioni si sono svolte regolarmente.
La protesta ticinese - Circa un anno dopo, la polemica arriva in Ticino. A innescarla sono state alcune e-mail di persone che affermano di essere cittadine ucraine, residenti sul territorio cantonale con Statuto di protezione S. Nei messaggi (in redazione ne sono arrivate una mezza dozzina) si esprime «profonda amarezza e ferma protesta» per la proiezione prevista giovedì 29 gennaio alla Sala Congressi di Muralto. L'evento, gratuito con offerta libera, è stato organizzato dalla sezione ticinese degli Amici della Costituzione e da HelvEthica Ticino.
«Lede l'immagine del Comune» - La proiezione di "Maidan: la strada verso la guerra", ovvero «contenuti prodotti da un'organizzazione sotto sanzioni internazionali, è ancora più grave in quanto avviene in uno spazio pubblico». Ciò andrebbe a ledere «l'immagine di neutralità della Svizzera e del Comune di Muralto. Trovo inaccettabile che in una struttura comunale svizzera venga dato spazio a narrazioni che giustificano l’invasione e distorcono i fatti storici del 2014. Questo film non è un'opera d'arte, ma propaganda bellica che offende la dignità di chi, come me, ha cercato protezione nel Vostro Cantone».
Le cittadine ucraine contestano anche la presenza di due ospiti: i giornalisti Eliseo Bertolasi e Vincenzo Lorusso, quest'ultimo in collegamento dal Donbass. Quest'ultimo è il responsabile del doppiaggio in italiano del documentario. Dai due giornalisti si dice: «Sono noti per la loro attività di sostegno alle forze occupanti. La loro presenza e la diffusione di questi contenuti alimentano l’odio e mettono a rischio la coesione sociale e il clima di accoglienza che il Ticino ha saputo costruire».
Questa proiezione «non s'ha da fare» - La richiesta è netta: «Chiedo rispettosamente che il Municipio di Muralto verifichi con urgenza la conformità di questo evento e valuti la revoca dell'autorizzazione all'uso della Sala Congressi. La democrazia svizzera si basa sulla libertà, ma non può diventare un megafono per chi giustifica la violenza e viola il diritto internazionale».
La decisione del Municipio - Dopo aver preso tempo fino a lunedì, il Municipio di Muralto «dopo attenta analisi» ha deciso di revocare la proiezione. La comunicazione è giunta in mattinata a HelvEthica Ticino e, su richiesta, alla redazione di Tio.ch nel pomeriggio. «La decisione è stata adottata al fine di prevenire possibili tensioni o turbative dell'ordine pubblico».
La posizione di HelvEthica Ticino - Prima di ricevere la notizia della cancellazione dell'evento, HelvEthica Ticino aveva espresso a Tio.ch il proprio punto di vista sulla questione. «Siamo consapevoli della sensibilità del tema trattato dal documentario “Maidan, la strada verso la guerra” e comprendiamo che possa suscitare reazioni critiche, in particolare da parte di persone direttamente coinvolte o colpite dal conflitto in corso. Riteniamo tuttavia importante precisare che l’iniziativa del 29 gennaio si inserisce in un contesto di dibattito pubblico e di confronto, con l’obiettivo di offrire uno spazio di riflessione su una lettura specifica degli eventi, senza la pretesa di rappresentare una verità unica o definitiva». È compito del pubblico formarsi un'opinione autonoma, anche grazie al dibattito e alle eventuali posizioni critiche che sarebbero potute emergere nel corso della serata. «La censura preventiva o la revoca di un’autorizzazione per l’uso di uno spazio pubblico sulla base delle opinioni espresse ci sembrano misure sproporzionate e non coerenti con i nostri principi democratici».
Sarebbe dovuta essere una «occasione di discussione critica, nel rispetto della libertà di espressione e del pluralismo delle opinioni, principi fondamentali di una società democratica. L’evento non intende in alcun modo alimentare l’odio, né compromettere la coesione sociale o il clima di accoglienza; al contrario, mira a favorire il confronto, anche su temi controversi, attraverso il dialogo e l’ascolto reciproco». HelvEthica Ticino ribadisce che «il clima di accoglienza e di rispetto nel nostro Cantone riguarda tutte le persone e tutte le comunità presenti sul territorio, indipendentemente dalla loro nazionalità o provenienza, incluse sia la comunità ucraina sia quella russa, e che il confronto di opinioni non deve essere confuso con una contrapposizione tra comunità».
Sorpresi dalla decisione - A proposito della cancellazione della proiezione, la coordinatrice di HelvEthica Ticino Isa De Luca e la granconsigliera Mariapia Ambrosetti - contattate telefonicamente - hanno manifestato la sorpresa per la decisione e il rammarico per non essere state contattate in precedenza dal Municipio. La vicenda non si chiuderà qui: Ambrosetti ha preannunciato l'invio di una lettera alle autorità comunali, nella quale verrà chiesto su quali basi si fonda la decisione e quali rimedi giuridici sono previsti, per compensare l'associazione delle spese già sostenute per l'organizzazione dell'evento. HelvEthica denuncia l'anticostituzionalità della decisione delle autorità di Muralto e «la mancanza della volontà di aprirsi a un dialogo, che prenda in considerazione tutte le opinioni».



