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Piero Marchesi

Una tragedia che esige verità, non processi mediatici

Piero Marchesi, Consigliere nazionale UDC
TiPress
Fonte Piero Marchesi
Una tragedia che esige verità, non processi mediatici
Piero Marchesi, Consigliere nazionale UDC

La tragedia di Crans-Montana, consumatasi nella notte di Capodanno nel locale Le Constellation, ha lasciato una ferita profonda. Decine di vite spezzate, famiglie distrutte, giovani che non torneranno più a casa. Davanti a un dolore di questa portata, la prima risposta non può che essere il rispetto: rispetto per le vittime, per i feriti che stanno lottando per guarire e, soprattutto, per le famiglie che stanno vivendo un inferno al quale nessuna parola potrà mai porre rimedio.

Questa tragedia ha colpito anche la Svizzera nel profondo e ha incrinato un’immagine che forse dall’esterno è stata talvolta percepita come quella di un Paese infallibile. La realtà è diversa: anche un Paese conosciuto per la precisione, il rigore e il rispetto delle regole può conoscere falle gravi. Dove vi siano responsabilità – ed è evidente che vi siano – saranno accertate dalla magistratura, con indipendenza e serietà. In Svizzera la giustizia si amministra nei tribunali, nel rispetto delle procedure e delle garanzie dello Stato di diritto, non nei talk show con improvvisati esperti tuttologi, come avviene altrove.

In mezzo a tanto dolore, va però riconosciuto con forza ciò che ha funzionato. La prontezza ed efficacia dei soccorsi e la solidarietà internazionale, con il sostegno concreto di Italia, Francia e di altri Paesi, in particolare nella cura dei feriti, hanno rappresentato una risposta all’altezza della gravità della situazione. Una dimostrazione di collaborazione umana e istituzionale che merita di essere sottolineata.

Proprio per questo, risulta ancora più criticabile l’atteggiamento di gran parte dei media italiani, che in questa vicenda hanno spesso oltrepassato il confine tra legittima informazione e strumentalizzazione. Il lavoro dei media comprende giustamente la critica e l’inchiesta. Tuttavia, in più di un caso tali strumenti sono stati usati per mettere sotto accusa la Svizzera come Paese, attraverso generalizzazioni e giudizi sommari che poco contribuiscono alla ricerca della verità e nulla aggiungono al rispetto dovuto alle vittime.

Proprio perché riconosco la legittimità di porre domande, condivido in particolare alcune di quelle sollevate anche dalla stampa, che ora dovranno essere affrontate nelle sedi competenti, senza processi paralleli. Sarà la magistratura a chiarire perché per ben sei anni in questo locale non siano stati effettuati i controlli imposti dalla legge, per quali ragioni siano stati utilizzati materiali apparentemente non adeguati e come sia stato possibile che addirittura ragazzi di 14 anni si trovassero in un locale nel quale, per legge, non avrebbero potuto essere presenti, con la somministrazione di alcolici.

In questo contesto, risultano discutibili alcune dichiarazioni ufficiali, come quelle dell’ambasciatore d’Italia in Svizzera, che riferendosi ai gestori del locale ha dichiarato che in Italia sarebbero già stati arrestati. A riportare il dibattito su un piano di realtà sono intervenuti i familiari delle vittime della tragedia del Ponte Morandi di Genova, costata la vita a oltre 40 persone, ricordando che, nonostante anni di processo, nessun imputato è stato arrestato. Da un rappresentante diplomatico ci si attendono prudenza, misura e rispetto istituzionale del Paese che lo ospita.

La Svizzera deve ora fare ciò che le compete: fare piena luce e condannare pesantemente chi ha sbagliato. Le vittime non torneranno. Ma verità, responsabilità e giustizia, amministrate nelle sedi competenti, sono il minimo che dobbiamo a loro e alle loro famiglie.

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