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La più grave crisi petrolifera da decenni, e il peggio potrebbe ancora arrivare

I mercati stanno sottovalutando la durata e gli effetti del conflitto in Medio Oriente, secondo vari analisti. Molto dipenderà dalle intenzioni di Trump
Depositphotos (luislouro)
Fonte Nbc News
La più grave crisi petrolifera da decenni, e il peggio potrebbe ancora arrivare
I mercati stanno sottovalutando la durata e gli effetti del conflitto in Medio Oriente, secondo vari analisti. Molto dipenderà dalle intenzioni di Trump

NEW YORK - L’impennata dei prezzi del petrolio, spinta dalla guerra con l’Iran, continua a colpire l’economia globale. Ma, secondo diversi analisti, il peggio potrebbe non essere ancora arrivato.

Oltre agli effetti immediati sull’aumento dei carburanti, le conseguenze del conflitto rischiano di manifestarsi nel tempo, con impatti diffusi su più settori. «Non abbiamo ancora visto il peggio», ha avvertito Samantha Gross del Brookings Institute, citata da Nbc News, sottolineando come i mercati stiano sottovalutando la durata e gli effetti della guerra.

Più lunga è la guerra, più caro sarà il carburante - Il Brent ha superato i 119 dollari al barile la scorsa settimana, per poi stabilizzarsi intorno ai 113 dollari, ma i prezzi potrebbero salire ancora se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi. «Se questa crisi dura più di tre o quattro mesi, diventa un problema sistemico», ha detto Patrick Pouyanné di Total.

Al centro delle tensioni resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Il traffico è crollato da oltre 100 navi al giorno a meno di cinque, lasciando bloccati milioni di barili e altre materie prime. Intanto, anche impianti energetici nella regione sono stati colpiti dagli attacchi.

Le conseguenze sui consumatori - Le conseguenze si riflettono già sui consumatori: negli Stati Uniti la benzina ha raggiunto i 3,99 dollari al gallone, con una spesa aggiuntiva stimata in 10 miliardi di dollari e una riduzione di circa 35 dollari al mese del reddito disponibile. L’aumento dei prezzi energetici si estende inoltre ai costi di trasporto, produzione e materie prime, con il diesel vicino ai massimi del 2022.

«L’aumento dei prezzi del petrolio farà crescere i costi mentre la domanda resta fragile», ha osservato Moody’s. Gli Stati Uniti risultano parzialmente protetti grazie alla produzione interna e a una minore dipendenza dal petrolio rispetto al passato, ma restano esposti a un eventuale rallentamento globale. «L’attuale contesto macroeconomico presenta vulnerabilità simili a quelle che hanno preceduto le recessioni passate», ha avvertito Peter Berezin di BCA Research. La situazione sarà invece peggiore per tutte le altre economie, compresa quella elvetica, che dipendono in maniera vitale dal greggio in transito dall'area del conflitto.

Trump pronto a chiudere le operazioni? - Intanto Donald Trump starebbe valutando lo stop all’operazione contro l’Iran, anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso. Lo riporta il Wall Street Journal, citando alcune fonti. Secondo quanto riferito, negli ultimi giorni il presidente e il suo staff avrebbero valutato che un intervento per riaprire il passaggio strategico rischierebbe di prolungare il conflitto oltre le 4-6 settimane inizialmente previste.

L’amministrazione statunitense sarebbe quindi orientata a concentrare gli sforzi sul raggiungimento degli obiettivi militari, tra cui la neutralizzazione della marina iraniana e dei suoi arsenali missilistici, con l’obiettivo di chiudere il conflitto esercitando al contempo pressione su Teheran affinché ripristini il libero flusso degli scambi. Se questa strategia non dovesse avere successo, Washington sarebbe pronta a sollecitare gli alleati europei e del Golfo ad assumere la guida delle operazioni per la riapertura dello Stretto.

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