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LUGANOQuei due Paesi insospettabili che potrebbero facilitare la pace in Ucraina

20.06.22 - 06:00
Si tratta di Israele e Turchia, come ci ha spiegato in intervista il prof. Gilles Kepel di recente ospite dell'USI.
Reuters
Quei due Paesi insospettabili che potrebbero facilitare la pace in Ucraina
Si tratta di Israele e Turchia, come ci ha spiegato in intervista il prof. Gilles Kepel di recente ospite dell'USI.
Secondo lui entrambi sono «negoziatori ideali», per più di un motivo. Scopriamo assieme quali.

LUGANO - Due paesi chiave nella composizione geopolitica del Medio Oriente, Turchia e Israele, ricoprono una posizione strategica e al tempo stesso ambigua di fronte alla crisi ucraina. Entrambi intrattengono relazioni bilaterali importanti con le due parti del conflitto e sono quindi impossibilitati a definire in modo chiaro il loro schieramento.

Al tempo stesso, i forti legami economici e militari sia con la Russia che con l’Ucraina, accreditano Turchia e Israele al rango di negoziatori ideali. Per chiarire la posizione di questi due attori così importanti per il processo di mediazione, abbiamo incontrato il professore Gilles Kepel dell’Université de recherche Sciences et Lettres di Parigi e dell’Università della Svizzera Italiana.

«Turchia e Israele si trovano tra l’incudine e il martello del conflitto» esordisce il professore politologo e orientalista francese, specializzato negli studi sul Medio Oriente contemporaneo. «Israele, a partire dal governo di Netanyahu, ha creato una relazione particolare con la Russia. La ragione principale è la condivisione del cielo siriano. Gli aerei israeliani bombardano gli obiettivi iraniani in Siria grazie al nulla osta dei russi. Questa coordinazione permette alla Russia di conservare la sua influenza sulla Siria. Per Israele l’accordo sul cielo siriano è di vitale importanza perché permette di mantenere un sistema di difesa molto efficace»

La sicurezza interna allo stato d'Israele e il pericolo iraniano possono da soli spiegare le strette relazioni tra Israele e Russia?

«No, la situazione è più complessa. La popolazione ebraica in Russia, che può contare su circa 600'000 persone, è molto influente. Un numero importante di oligarchi possiede la doppia nazionalità israeliana e russa, tra i quali anche Roman Abramovic. La reazione di Netanyahu nel 2014 a seguito dell’invasione della Crimea è stata molto significativa. L’allora primo ministro israeliano non ha aderito alle sanzioni europee contro la Russia, al contrario della maggioranza dei paesi occidentali. Israele ha costruito delle relazioni importanti con la Russia negli anni, in questo modo è capace di esercitare pressione sugli Stati Uniti. Per esempio, durante la presidenza Obama, la politica statunitense tendeva a un sostegno più marcato verso la popolazione palestinese. Netanyahu si è servito dell’appoggio della Russia per influenzare la direzione intrapresa dalla Casa Bianca».

Quanto è influente la popolazione israeliana di origini russe?

 «Un quinto della popolazione israeliana è di origini russa, sulla televisione israeliana appaiono sottotitoli in ebraico, arabo e appunto russo. La comunità è considerata molto influente all'interno del paese. Israele ha dunque bisogno della Russia per la gestione del dossier siriano. Ma anche la Russia ha bisogno d'Israele per il rifornimento di armamenti ad alta tecnologia».

Come interpreta invece la complessa relazione tra stato ebraico e Ucraina?

«L’Ucraina ha una popolazione ebraica importante, di circa 200'000 persone, tra cui lo stesso presidente Zelensky. A seguito dell’invasione del paese, il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid, si è espresso in modo molto prudente senza criticare apertamente l’azione russa. L’Ucraina è il luogo di nascita della comunità ebraica chassidica, una congregazione integralista molto influente e ricca, presente anche in America. Dopo la dichiarazione moderata del ministro israeliano verso l’invasione russa, l’ambasciatore ucraino a Tel Aviv ha attaccato con violenza Lapid».

Come mai questo atteggiamento è stato considerato così eccezionale?

«L’Ucraina è un paese con un passato legato alla shoah, e come altri paesi europei nelle stesse circostanze, gli ambasciatori di norma hanno un atteggiamento molto più cauto. La reazione violenta si spiega grazie all'influenza politica ed economica i movimenti chassidici possono vantare all'interno dello stato ebraico. L’ambasciatore ucraino poteva quindi parlare a Lapid come un qualsiasi avvarsario politico israeliano, perché aveva l’appoggio di questa parte molto importante della popolazione. Israele, malgrado si sia allineato in parte alla posizione occidentale e americana, conserva ancora una relazione particolare con la Russia. Questa posizione di mediatore sarà determinante nel dopoguerra, quando le figure di intermediari come Roman Abramovic, uno degli oligarchi più importanti, giocheranno un ruolo chiave».

La Turchia è un altro attore che pretende di giocare un ruolo di primo piano nelle trattative di mediazione. Come spiega l’eccezionale apertura dei canali diplomatici da parte del governo di Erdogan?

«La Turchia si trova in una posizione simile ma non identica a quella d'Israele. Bisogna ricordare che il sud dell’Ucraina era parte dell’Impero Ottomano, molti musulmani turchi vivono in Ucraina, in particolar modo in Crimea. Erdogan e Putin sono alleati da un punto di vista militare, malgrado l’appartenenza della Turchia alla NATO. I turchi hanno comprato nel 2019 missili S-400 dalla Russia: sono i missili più efficaci contro gli aerei militari, anche contro gli aerei della NATO Dassault Rafale francesi o i F35 americani».

Come mai è vietato a tutti i membri della NATO acquistare i missili S-400 turchi?

«È strettamente vietato in quanto l’inserimento di questi missili nel sistema di difesa NATO rappresenterebbe un pericolo per l’efficacia degli F-35 americani. Il sistema radar di questi missili, secondo Washington, potrebbe alterare il database dei aerei F-35 rendendoli vulnerabili a Mosca. Anche se è un membro della NATO, l’alleanza con la Russia permette alla Turchia di rimanere in una zona grigia neutrale. Erdogan all'occorrenza si schiera con l’Occidente oppure, se i suoi interessi combaciano con quelli di Putin, si allinea con la Russia».

Dove nascono le relazioni economiche e politiche tra Turchia e Ucraina?

«La Turchia si è specializzata nella produzione di droni da guerra armati che ha venduto all’Ucraina. I droni turchi Bayraktar TB2 sono molto efficaci in quanto il loro prezzo è contenuto rispetto ai droni americani e inoltre sono già stati testati sul terreno. Sono stati usati in Libia, in Siria contro i curdi e nel Karabakh contro gli armeni. Anche in Ucraina si sono rivelati determinanti per la resistenza riuscendo a distruggere intere colonne di blindati russi».

Perché la Turchia si trova in una posizione diplomatica privilegiata per mediare tra le due parti?

«Erdogan ha fatto di Ankara un crocevia imprescindibile per i negoziati e ha molti assi nella manica. I turchi controllano gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli secondo il trattato internazionale di Montreux del 1936. I due stretti collegano il Mar Egeo e il Mar Nero e rappresentano l’unico collegamento per accedere al Mar Mediterraneo. Erdogan ha deciso di applicare la Convenzione che concretamente significa chiudere gli stretti in tempo di guerra alle navi militari di entrambi gli schieramenti.

Quali sono le obbligazioni della Convenzione di Montreux del 1936?

«Solo le navi che devono ritornare alle loro basi nel mar Nero sono autorizzate ad attraversare lo stretto. La Convenzione impedisce quindi alla flotta russa di attraversare lo stretto per portare alla base navale di Tartus in Siria gli approvvigionamenti militari. I turchi, come gli israeliani, sono quindi chiusi nella morsa tra l’incudine e il martello del conflitto, ma al tempo stesso hanno una posizione di mediatori eccezionale. Sono in grado di comunicare direttamente sia con Putin che con Zelensky. I legami stretti costruiti con l’Ucraina e con la Russia concedono alla Turchia una capacità di negoziazione unica. Erdogan lo sa e sta cercando di sfruttare al meglio la sua posizione».

L’aumento vertiginoso dei prezzi di petrolio e gas apre a nuovi scenari. Lei crede che sia possibile un riavvicinamento tra l’Iran e la comunità internazionale?

«È una questione molto difficile da prevedere. Obiettivamente l’Occidente ha bisogno di più petrolio per contrastare l’aumento dei prezzi. La riapertura delle capacità iraniani si tradurrebbe con un aumento della produzione e dell’esportazione. L’Iran ha bisogno di liquidità e l’inserimento del suo petrolio nel mercato avrebbe la conseguenza di far cadere i prezzi. Attualmente l’Iran non è autorizzato a vendere gas e petrolio a causa delle sanzioni; con l’abolizione delle sanzioni si concretizzerebbero le ambizioni iraniane».

Come potrebbero reagire i paesi produttori della penisola arabica?

«Le petromonarchie della penisola arabica, tradizionalmente alleate all’America, si trovano in una posizione molto ambigua. Le richieste di Biden ai sauditi di aumentare la produzione di petrolio non vengono ascoltate in quanto i paesi produttori non hanno nessun interesse nel ridurre il prezzo del petrolio. Le petromonarchie in questo modo si trovano anche loro in una zona grigia neutrale. I loro interessi si allineano con quelli della Russia, cioè mantenere i prezzi alti. Se l’Iran dovesse ritornare nel mercato del petrolio, sarebbe però impossibile impedire l’aumento della produzione, perché l’Iran ha un bisogno vitale di liquidità. La messa in prospettiva è dunque importante per analizzare come questi stati funzionano in modo diverso rispetto alle attese degli alleati tradizionali».

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