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RUSSIAAnche gli oligarchi piangono

04.05.22 - 06:00
C'è chi scappa perché ripudia la guerra, chi per mettere al riparo i suoi soldi (a Dubai) e chi scompare misteriosamente
Reuters
Anche gli oligarchi piangono
C'è chi scappa perché ripudia la guerra, chi per mettere al riparo i suoi soldi (a Dubai) e chi scompare misteriosamente

MOSCA - «Non riuscivo a guardare quello che la Russia stava facendo alla mia patria», con queste parole Igor Volobuev, vicepresidente della Gazprombank, una delle più importanti banche russe, affiliata al colosso del gas Gazprom, ha annunciato di essere fuggito dalla Russia per unirsi alle forze armate ucraine in difesa del proprio paese.

L’ex-dirigente, originario di Okhtyrka, nella regione ucraina di Sumy, ha dichiarato al quotidiano indipendente The Insider che «nessuno in Russia sa della mia partenza», che risalirebbe allo scorso 2 marzo. Volobuev, dopo aver lasciato la Russia, è stato licenziato dalla Gazprombank, mettendo fine a una collaborazione durata 33 anni durante la quale si è occupato della direzione dell’ufficio pubbliche relazioni della società.

«Questo crimine è commesso da Putin, dal governo russo e anche dai russi-ha dichiarato l’ex manager- non è Putin a uccidere gli ucraini, a saccheggiare le loro case, stuprare le donne in Ucraina. Sono i russi. E anche se sono di origine ucraina, anche io ne sono responsabile. Mi vergogno perché la mia responsabilità è doppia: non solo sono russo ma sono nato in Ucraina dove ho vissuto fino ai 18 anni».

ReutersIgor Volobuev, a Kiev.

Quelli che alla Russia dicono addio

Volobuev non è l’unico personaggio pubblico di rilievo ad aver deciso di abbandonare la Russia dopo lo scoppio della guerra e l’emanazione dei pacchetti di sanzioni economiche volute dai Paesi occidentali nei confronti di numerosi oligarchi vicini a Putin. Un’altra defezione che ha fatto molto scalpore è quella di Anatoly Chubais, l’ex vice presidente ai tempi di Boris Yeltsin e, fino a poco tempo fa, uomo di fiducia di Putin al quale avrebbe offerto il suo primo incarico al Cremlino.

L’oligarca Chubais ha rivestito molti ruoli di prestigio quale inviato per il Clima, leader del partito liberale, Ceo dell’azienda statale per la ricerca nelle tecnologie avanzate Rusnano e viene considerato «il padre degli oligarchi» perché si deve proprio a lui il sistema di privatizzazioni che determinò l’ascesa di moltissimi uomini d’affari russi divenuti, in breve tempo, dei miliardari.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Tass, così come appreso da una fonte vicina all’oligarca, Chubais avrebbe «lasciato la Russia su un aereo privato e, dopo un soggiorno in Turchia, sarebbe atterrato in Italia, dove ha diverse proprietà». Chubais non aveva mai nascosto la sua contrarietà all’invasione dell’Ucraina e il 23 marzo scorso si era dimesso dal proprio incarico per poi decidere di abbandonare la Russia e non farvi, almeno per ora, ritorno.

ReutersAnatoly Chubais (a sinistra) e Lev Khasis (a destra)

Decisone analoga è stata presa da Lev Khasis, celebre uomo d’affari che ha ricoperto posizioni di primo piano tra cui, primo ceo dell’X5 Retail Group, vicepresidente di Jet.com e primo vicepresidente del consiglio di Sberbank, banca colpita dalle sanzioni economiche varate in seguito dell’invasione dell’Ucraina.L’oligarca, dimessosi dal suo incarico presso la banca russa, avrebbe sfruttato a proprio vantaggio la doppia cittadinanza russa e statunitense per fuggire negli Stati Uniti.

«Abbiamo lasciato la Russia. Ho lasciato l’Aeroflot. La vecchia vita è finita», così ha invece scritto sul proprio profilo Facebook Andrey Panov, vicedirettore di Aeroflot, la più grande compagnia aerea russa, che, dimessosi dal proprio incarico ad inizio di marzo, è fuggito all’estero. Nonostante nei suoi proclami alla nazione, Putin neghi che le sanzioni economiche abbiano avuto un qualche effetto nell’economia russa, coloro che hanno costruito il proprio potere sfruttando le stesse regole del capitalismo occidentale, molto ipocritamente contestato dallo Zar, non l’hanno presa altrettanto sportivamente.

ReutersMilitari emiratini sanciscono la fine del Ramadan, con un colpo di cannone nei pressi della Gran Moschea dello Sceicco Zayed di Abu Dhabi.

Destinazione Abu Dhabi

L’elenco di quelli che, in tempi di pace, facevano parte della corte di Putin e che ora hanno deciso di abbandonare la Russia o di non farvi ritorno, si allunga ogni giorno sempre di più. Dal mese di marzo è stato notato un incremento esponenziale dei miliardari russi che hanno eletto Dubai quale rifugio privilegiato per portare avanti i propri affari e mettere al sicuro, per quanto possibile, ingenti patrimoni. Molti analisti hanno tracciato i movimenti degli oligarchi in questi ultimi due mesi e hanno scoperto che molti loro jet privati sono decollati da Mosca per atterrare a Dubai e lo stesso dicasi dei loro yacht che sono stati fatti ormeggiare ad Abu Dhabi o negli Emirati Arabi Uniti.

Secondo quanto riferito da Roberto Manzi, International Tax Advisor della SGR Consulting FZCO di Dubai, società che offre consulenza finanziaria e fiscale a livello internazionale, “ormai in ogni luogo della capitale emiratina si sente parlare russo. Ci sono zone e centri commerciali dove addirittura cominci a dubitare di essere a Dubai (...) cacciati dalle banche inglesi, svizzere e lussemburghesi, l’unico porto sicuro è diventato Dubai dove trovano ancora un paradiso finanziario e bancario accogliente e dove i loro soldi sono molto graditi”.

Gli Emirati Arabi, infatti, hanno conservato un atteggiamento neutrale nei confronti del conflitto in Ucraina e si è quindi rivelato il posto migliore dove far confluire le proprie ricchezze, anche se, a dire la verità, il fenomeno era già iniziato diversi anni prima. «Se, fino a qualche mese fa-afferma Manzi-la ragione principale della fuoriuscita dei capitali dalla Russia era la tassazione pari a zero e il tenore di vita, ora l’unica ragione è quella di riunire in un unico posto sicuro i capitali che i russi avevano ‘disperso’ in diverse parti del mondo».

ReutersUn agente della Homeland Security americano, a bordo di uno yacht sequestrato all'oligarca Viktor Vekselberg.

La sicurezza del proprio patrimonio è diventato l’obiettivo principale degli oligarchi che, spinti dall’instabilità dei mercati, nei primi giorni di guerra si erano rivolti anche agli investimenti in criptovalute convertendo i contanti in Bitcoin e simili. Le piazze dove è stato convogliato tale denaro sono Singapore, Hong Kong, Amsterdam, Panama, Bahamas e, ovviamente, Dubai e, nei primi giorni dallo scoppio della guerra, sulla blockchain sono stati registrati movimenti per 70 milioni di dollari, quasi 20 milioni al giorno ossia 9 volte oltre la media.

L’Europa e gli Stati Uniti, vista la situazione, sono poi corsi ai ripari, pubblicando un testo che specifica, in modo inequivocabile, che le sanzioni sono da applicarsi  anche alle valute digitali. 

Diversi inspiegabili delitti

Gli effetti della guerra si fanno sentire anche nel dorato mondo dei miliardari russi, intenti a trovare una via di fuga, in senso fisico o figurato, alle costrizioni economiche a cui sono sottoposti. Decidere di schierarsi contro il Presidente russo e di abbandonare il suo cerchio magico è sempre molto rischioso e non tutti sono riusciti a mettersi in salvo.

Lo scorso marzo, due oligarchi russi sono stati trovati morti a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Uno di loro è Vladislav Avayev, ex vicepresidente di Gazprombank e funzionario del Cremlino, trovato morto nel suo appartamento a Mosca con la moglie e la figlia. L’altro è Sergei Protosenya, ex vicepresidente della società di gas naturale Novatek, che avrebbe ucciso la figlia di 18 anni e la moglie per poi impiccarsi nel cortile della sua villa a Lloret de Mar, sulla Costa Brava spagnola. Vicino al cadavere sono stati ritrovati un’ascia e un coltello sporco di sangue.

Le autorità inquirenti stanno indagando sulla ipotesi di omicidio-suicidio ma questa ricostruzione non convince tutti. L’oligarca Volobuev, per esempio, per la morte di Protosenya ha puntato il dito contro Putin dicendosi certo che la sua morte nasconda qualche altra oscura ragione. «Penso che sia stata una messa in scena-ha dichiarato Volobuev- Perché? È difficile da dire. Potrebbe aver saputo qualcosa. Avrebbe potuto essere una minaccia». Anche il figlio di Protosenya, Fedor, si dice convinto che il padre sia stato ucciso anche alla luce del fatto che sull’ascia e sul coltello utilizzati per compiere la strage non sarebbero state rinvenute le impronte digitali del miliardario russo e sul suo corpo non sarebbe state trovate macchie di sangue.

Twitter (@visegrad24)Mikhail Watford, trovato suicida nel Regno Unito, in una foto con la moglie.

 

«Amava mia madre - ha dichiarato Fedor al quotidiano inglese MailOnline - e mia sorella era la sua principessa e non le avrebbe mai potuto fare del male. Non so cosa sia successo in quella casa ma non è stato mio padre». Anche la morte di Avayev è avvolta nel mistero e se, per alcuni, si tratterebbe di un omicidio passionale, altri ritengono che il miliardario, che continuava a mantenere degli stretti legami con i vertici di Gazprombank, sia stato ucciso perché aveva visto o sentito troppo. Negli ultimi tre mesi sono morti, in circostanze misteriose, sei oligarchi. Parlare di semplice coincidenza sembra fuori luogo e anche se le indagini procedono nella direzione di considerare queste morti come casi di suicidio o di omicidio-suicidio, la faccenda inizia a sembrare alquanto strana.

Oltre ai tre oligarchi di cui abbiamo parlato, a febbraio era stato trovato senza vita, Leonid Shulman, capo dei trasporti di Gazprom e indagato per frode nei confronti della stessa società. Vi era stato poi il caso di Alexander Tylakov, vicedirettore generale del dipartimento di tesoreria di Gazprom, trovato impiccato nel suo garage e di Mikhail Watford, miliardario russo di origine ucraina, trovato morto nel garage della sua lussuosa dimore nella campagna inglese. A marzo era invece stato il turno di Vasily Melnikov, trovato morto, insieme alla sua famiglia, nella sua casa a Nizhny Novgorod. Morti misteriose che allungano ombre inquietanti sulla già drammatica situazione internazionale, e spingono l’opinione pubblica a interrogarsi su cosa stia davvero accadendo all’interno della corte dello Zar.

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