Due calci e quattro mazzate «potenzialmente letali»: chiesti 6 e 5 anni e mezzo

Il procuratore pubblico non ha dubbi: «Sapevano che avrebbero potuto ucciderlo. L'hanno massacrato di botte e l'hanno lasciato in una pozza di sangue».
LUGANO - «L’hanno massacrato di botte e colpito anche quando giaceva a terra, inerme, in una pozza di sangue». Con queste parole il procuratore pubblico Luca Losa ha formulato le richieste di pena nel processo in corso alle Assise criminali di Lugano per il pestaggio avvenuto in un autosilo in città la notte del 23 giugno 2024.
6 e 5 anni e mezzo - Per i due imputati principali, un 25enne italo-albanese e un 26enne albanese, accusati di tentato omicidio intenzionale il procuratore pubblico Luca Losa ha chiesto 6 anni per uno e 5 anni e 6 mesi per il secondo (oltre all'espulsione per 5 anni dalla Svizzera a entrambi).
Mentre per i due ticinesi coinvolti nell'alterco e accusati di rissa, il pp ha chiesto per il 23enne 90 aliquote di 30 franchi l'una rimettendo invece il giudizio della Corte per il 28enne, che ha riportato le ferite più gravi causate dal pestaggio.
Domani la parola spetterà alla difesa.
Due calci e quattro mazzate - Nella sua requisitoria il procuratore pubblico Luca Losa ha sottolineato l’importanza delle immagini di videosorveglianza ai fini dell’inchiesta. «Tutti hanno avuto un ruolo attivo», ha ribadito il pp, anche se l’esito finale dell’azione è stato diverso per ciascuno degli imputati.
Dalla ricostruzione di Losa emergono sei colpi complessivi: due calci e quattro mazzate, due delle quali alla nuca, con esito potenzialmente letale, come confermato dall’Istituto di medicina legale. «Per puro caso non è morto», ha affermato il procuratore in riferimento al 28enne ticinese. «Insomma, se l’è cavata non una volta, ma sei». Il giovane è rimasto sedato farmacologicamente fino al 28 giugno 2024.
La fuga e la mazza da baseball - Ad aggravare la posizione dei due imputati vi è anche il fatto che si siano sbarazzati della mazza da baseball e abbiano fatto riparare l’auto prima che la polizia potesse effettuare i rilievi del caso.
In mattinata, entrambi avevano sostenuto che il loro agire fosse dettato dalla volontà di difendersi. «Io non riesco a vedere nei video due persone spaventate che agiscono per autodifesa», ha però osservato Losa.
Il coltello - E sull'ipotetico coltello, menzionato in mattinata dai due imputati, le testimonianze delle due ragazze che hanno assistito alla rissa sono state importanti per chiarire la situazione.
La fidanzata di uno dei ticinesi ha sempre confutato la tesi del coltello. La compagna del 25enne italo-albanese, invece, non ne aveva mai fatto menzione nel primo interrogatorio, avvenuto a circa un mese dai fatti, per citarlo solo successivamente, a distanza di un anno dagli avvenimenti, fornendo anche ulteriori dettagli che potrebbero attenuare la posizione degli imputati.
Autodifesa? «Per niente» - «I filmati mostrano due persone spavalde e sicure di sé. Non sarebbe stato necessario colpire la vittima in due con una simile violenza. Si è trattato di un accanimento che non può essere qualificato come comportamento difensivo».
Quando scendono dalla vettura, «lo massacrano di botte. Hanno accettato che, pur non desiderandolo, il loro agire potesse uccidere la vittima». La maggior parte dei colpi, ha proseguito il pp, è stata indirizzata alla testa. «Alcuni calci e colpi di mazza sono andati a segno al capo, malgrado le contestazioni degli imputati. I filmati e le perizie mediche dicono infatti altro».
Il dolo eventuale - Un aspetto centrale per la configurazione del dolo eventuale. Il procuratore ha ricordato che non è sufficiente agire sapendo di mettere in pericolo la vita altrui: è necessaria anche la consapevolezza del rischio di uccidere e l’accettazione di tale eventualità.
«Circostanze che qui sono chiaramente presenti nella ripetizione dei colpi, nell’uso della mazza da baseball e nell’accanimento sulla vittima, colpita quando era ormai inerme e non rappresentava più una minaccia».
Attimi di tensione - La giornata odierna si è poi chiusa in un momento di tensione quando una parente di uno degli imputati principali al termine della richiesta di pena formulata dal pp, è intervenuta chiedendo di poter parlare con la giudice, per poi gridare "è un'ingiustizia".
La donna è stata in seguito accompagnata fuori dall'aula dagli agenti di polizia.




Su alcuni temi riceviamo purtroppo con frequenza messaggi contenenti insulti e incitamento all'odio e, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a garantire un dialogo costruttivo. Per le stesse ragioni, disattiviamo i commenti anche negli articoli dedicati a decessi, crimini, processi e incidenti.
Il confronto con i nostri lettori rimane per noi fondamentale: è una parte centrale della nostra piattaforma. Per questo ci impegniamo a mantenere aperta la discussione ogni volta che è possibile.
Dipende anche da voi: con interventi rispettosi, costruttivi e cortesi, potete contribuire a mantenere un dialogo aperto, civile e utile per tutti. Non vediamo l'ora di ritrovarvi nella prossima sezione commenti!