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«Quelle allusioni su "cause diverse"... Finalmente un po' di chiarezza»

La giornalista, oggi inviata Mediaset, denuncia la mancanza di chiarezza e il peso dei sottintesi che hanno minato la sua reputazione.
TiPress
«Quelle allusioni su "cause diverse"... Finalmente un po' di chiarezza»
La giornalista, oggi inviata Mediaset, denuncia la mancanza di chiarezza e il peso dei sottintesi che hanno minato la sua reputazione.

LUGANO - Un capitolo che si chiude, un anno e mezzo dopo, con una vittoria. Paola Nurnberg ha visto riconosciute dalla Rsi tutte le pretese avanzate: «Hanno deciso di non affrontare il giudizio e di pagare subito».

«Non avevamo paura di andare fino in fondo - ci spiega - anche per fare chiarezza su una situazione che aveva dato spazio a tutta una situazione fatta di sottintesi, allusioni su possibili "cause diverse" che hanno gettato discredito sulla mia reputazione». «Il motivo del licenziamento invece - ci tiene a sottolineare - è stato quello indicato nella lettera di licenziamento».

Per la giornalista, oggi inviata Mediaset e dunque approdata a quel percorso professionale che in Rsi non aveva potuto realizzare, un pronunciamento definitivo avrebbe giovato maggiormente, e non solo a lei: «Mi dispiace che non ci sia stato un tribunale che attestasse l’ingiustizia del licenziamento, un licenziamento abusivo. Una decisione formale avrebbe restituito ancora più dignità a tutta la vicenda. Sono stata trattata come quello che ho fatto avesse avuto una gravità senza precedenti. Ringrazio invece UNIA, che ha spiegato bene quanto accaduto».

Per Nurnberg era fondamentale che la realtà dei fatti venisse resa pubblica: «Nei mesi scorsi sono usciti editoriali sui giornali ticinesi che ipotizzavano altri motivi. Sarebbe bastato contattarmi, chiedere di vedere la lettera di licenziamento. Insinuare, invece, che ci fossero altre ragioni senza un reale approfondimento, mi ha ferito molto. Così come mi ha ferito il silenzio di molti colleghi, probabilmente timorosi di possibili ripercussioni».

Sulla vertenza quindi aggiunge: «Abbiamo rifiutato un accordo extragiudiziale perché non volevamo essere vincolati al silenzio. Voglio poter parlare di quanto accaduto, anche in futuro, perché si tratta di una vicenda grave, che ha creato ombre dove non ce n’erano».

Tornando sul tweet incriminato, ribadisce ancora una volta quello che considera un diritto negato: «Non mi è mai stata data la possibilità di spiegarmi, di giustificarmi, di scusarmi. Nonostante lo abbia chiesto subito e nonostante fosse previsto dalle direttive. Che, secondo l’azienda, avrei invece violato pubblicando quel post. Non mi è stata concessa alcuna possibilità di rimediare. Si è approfittato di una situazione su cui non era stata fatta chiarezza. L’azienda non ha mai rilasciato dichiarazioni, rendendo impossibile comprendere realmente i fatti. Io non ho potuto fare nulla, se non subire questa situazione».

Termina, infine, sottolineando come la vera vittoria non siano certo le quattro mensilità ottenute: «Anche senza una sentenza, il modo in cui si è conclusa la vicenda mi restituisce dignità. Il mio vuole essere un incoraggiamento a chi ha subito e teme di parlare. Deve cambiare questa cultura».

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