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«Sono nera. E sono fortunata a esserlo»

Video intervista alla scrittrice e attivista Nogaye Ndiaye: «Le persone si meravigliano di come parlo italiano. Mi chiedono dove l'ho imparato»
«Sono nera. E sono fortunata a esserlo»
SUPSI
«Sono nera. E sono fortunata a esserlo»
Video intervista alla scrittrice e attivista Nogaye Ndiaye: «Le persone si meravigliano di come parlo italiano. Mi chiedono dove l'ho imparato»

MANNO - Tutto è iniziato con una poesia scritta a 13 anni e ritrovata nel 2020. Parlava degli appellativi ricevuti dai compagni di classe e del senso di inadeguatezza e vergogna legato al colore della sua pelle. «Quando l’ho riletta mi si è spezzato il cuore - ha raccontato a Tio la scrittrice Nogaye Ndiaye - Ero una ragazzina senza strumenti. Non sapevo dove puntare il dito, così lo puntavo contro me stessa».

«Avevo bisogno di risposte»
Ieri sera (giovedì 28 maggio) la divulgatrice italiana è stata ospite di una conferenza alla SUPSI. A Manno ha parlato di politiche del corpo e costruzione della differenza, riflettendo su razzializzazione, afrofobia e stigma estetico. Ha analizzato il linguaggio come spazio in cui si producono e si legittimano gerarchie razziali e forme di hate speech nelle società contemporanee. La conferenza è stata organizzata «nell’ambito delle attività di formazione continua dell'area Lavoro sociale Formazione continua della SUPSI»

«Ho imparato tutto da sola perché avevo bisogno di risposte - ha aggiunto nella nostra video intervista - Mi chiedevo come mai le persone mi trattassero così. Ho quindi iniziato a studiare e ad approfondire. Ora mi sento profondamente fortunata a essere nera. La differenza, avere un background diverso, è una ricchezza».

«Mi chiedono dove ho imparato l'italiano»
Giurista e autrice di due libri, Ndiaye è quotidianamente impegnata nella sensibilizzazione online (e offline) su temi legati all'antirazzismo, anche grazie a una pagina Instagram molto seguita. «Le persone si stupivano che parlassi bene italiano - ha aggiunto - Ancora oggi mi chiedono dove l’abbia imparato. Adesso ci rido su, ma è snervante. Io rispondo: “A scuola, con tua figlia”».

Il problema non è la domanda in sé, ma ciò che sottintende. «È il considerarmi un’eterna straniera. Non conta che io sia nata e cresciuta a Milano. Le persone non mi considerano italiana». A proposito di parole, l’attivista cita alcune espressioni frutto «di un linguaggio comune costruito su basi razziali. Va decostruito, ma non in un’ottica di colpevolizzazione».

Le parole da non usare
Per esempio, «in Italia si dice “ambaradan” per indicare confusione. È un modo di dire che però nasce da un genocidio». Il riferimento è al massacro compiuto dall’esercito italiano durante la guerra coloniale in Etiopia. «Oppure si dice “calze color carne”. Ma la carne di chi? Si intende che il bianco sia la norma. Ma non è così».

Il razzismo, secondo Ndiaye, non è solo un eccesso verbale o un episodio isolato, ma parte di un costrutto simbolico che rafforza stereotipi, normalizza la violenza e rende accettabili pratiche discriminatorie. «È un sistema che va abbattuto pezzo per pezzo - conclude - Peraltro, si pensa che il razzismo abbia a che fare con la cattiveria. Ma non è così. Ci fa stare bene pensarlo. In realtà è sistemico e istituzionale. Ed è questo che fa paura, perché tutti possono essere razzisti».

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