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Formati per quelle ferite che non sempre si vedono

Formazione conclusa per i primi infermieri forensi: figura che unisce competenze sanitarie e giuridiche per tutelare le vittime di violenza.
Supsi.ch
Formati per quelle ferite che non sempre si vedono
Formazione conclusa per i primi infermieri forensi: figura che unisce competenze sanitarie e giuridiche per tutelare le vittime di violenza.

LUGANO - In corsia, al Pronto soccorso, nelle visite domiciliari o nelle case anziani, ci sono segni che non sempre si vedono a prima vista. Lividi che raccontano storie taciute, silenzi che coprono paure, ferite che rischiano di perdere, con il tempo, il loro valore di prova. È in questo spazio delicato tra cura e giustizia che nasce una nuova figura professionale: l’infermiere forense.

Lunedì 16 marzo, alla SUPSI, verranno consegnati i diplomi della prima edizione nazionale del CAS in Infermieristica forense, un percorso pionieristico che segna un passo importante per il Ticino e per la Svizzera. A guidarlo, tre specialisti che uniscono competenze medico-legali e psicologiche – la Dr.ssa med. Rosa Maria Martinez (medico legale FMH, direttrice dell’Istituto di medicina legale del Cantone Ticino) la professoressa Cinzia Campello (psicologa ATP-FSP) e il professor Lorenzo Pezzoli (psicologo e psicoterapeuta ATP-FSP) – con un obiettivo comune: formare professionisti capaci di riconoscere, documentare e accompagnare i casi di violenza con rigore scientifico, sensibilità umana e consapevolezza giuridica.

Perché oggi, più che mai, la cura non può fermarsi alla medicazione di una ferita: deve saperla leggere, comprendere e, quando necessario, trasformare in tutela.

Che cos’è esattamente un infermiere forense e in che cosa si differenzia dall’infermiere “tradizionale”?
«Si possono intendere gli infermieri forensi come ponti tra il sistema sanitario e quello giuridico. La conoscenza delle procedure, delle basi legali, delle dinamiche della violenza, ma anche degli strumenti e delle metodologie in uso riconosciute a livello giuridico, fanno da base al loro bagaglio operativo. Quotidianamente la loro attività non diverge da quella degli altri colleghi, ma di fronte a casi di violenza manifesta o celata sono in grado di effettuare visite alle persone danneggiate ed elaborare una documentazione delle lesioni ammissibile in tribunale. Inoltre, la formazione che hanno seguito permette loro di approfondire conoscenze e competenze sulle casistiche fragili, sulla rete dei servizi di riferimento e di interazione con essi, sulla valutazione dei rischi e la protezione delle potenziali vittime e sull’ambito giuridico di riferimento».

Perché oggi c’è bisogno di questa figura professionale?
«Si tratta innanzitutto di un’esigenza prevista dalla Convenzione di Istanbul, che la Svizzera ha ratificato il 1° gennaio 2018, per affrontare in modo efficace il problema della violenza domestica. Gli aspetti sono poi essenzialmente due. In primo luogo, serve per poter garantire una documentazione delle lesioni che sia ammissibile in tribunale e che possa esser utilizzata come base per valutazioni medico-legali successive. Questo è fondamentale per evitare la perdita di prove nelle situazioni in cui non vi è una immediata denuncia del caso, quando non può intervenire fin da subito un medico legale. In secondo luogo, queste figure possono svolgere un ruolo nel contrasto al fenomeno della violenza domestica. La loro capillare distribuzione sul territorio consente di avere delle antenne in grado di leggere e intercettare casi di violenza e al tempo stesso di accogliere e accompagnare nel modo più appropriato le vittime».

Che cosa si intende per “repertazione” dei campioni e perché è così importante?
«Se una persona interessata decide, immediatamente dopo una violenza interpersonale, di sporgere denuncia, spetta sempre al Ministero Pubblico/Polizia decidere se ordinare una visita medico-legale. Questo comprende di norma un esame completo del corpo con una documentazione di potenziali lesioni ammissibile in tribunale, se necessario il prelievo di campioni biologici come sangue, urina o capelli, nonché la raccolta di altre prove in collaborazione con la Polizia Scientifica. Diversa è la situazione in cui una persona ferita si presenta prima in ospedale, senza accompagnamento dell’Autorità giudiziaria. In questo caso, un infermiere forense può, dopo aver ricevuto l’autorizzazione/consenso della persona ferita, iniziare tempestivamente la documentazione e la raccolta delle prove per evitare che se ne perdano di importanti. Soprattutto quando è necessario un intervento chirurgico in sala operatoria, questo lavoro tempestivo può rappresentare un complemento decisivo ed essere di fondamentale importanza per una successiva valutazione medico-legale».

Quali sono i principali tipi di violenza o trauma che incontrano?
«Gli ambiti di confronto con la violenza possono essere diversi e complessi, non c’è mai nulla di scontato. Occorre attivare un’attenzione profonda e a 360° per intercettare tutto quello che sotto soglia può emergere mascherato - ad esempio nel caso della violenza domestica - da narrazioni edulcorate, da coperture generate dalla paura, dall’incertezza, dal timore di non essere accolte e, a volte, anche dalla vergogna e dal disagio che può perfino generarsi nella vittima di violenza. Ma anche dal pensiero insidioso e fuorviante di avere in qualche modo una colpa rispetto a quanto subisce. L’infermiera o l’infermiere rappresentano spesso una prima soglia di accesso all’ascolto e all’aiuto proprio per la loro posizione di frontiera nell’ambito della salute. Li si incontra in ospedale, in reparto al Pronto Soccorso, nelle visite domiciliari e quindi perfino nei luoghi della quotidianità, ma anche in contesti istituzionali come la casa anziani, i servizi. Ecco, da parte nostra era importante iniziare a costruire una cultura professionale anche in campo infermieristico perché ci fossero figure capaci di intercettare, accogliere, seguire nel modo giusto le persone vittime di violenza domestica».

La formazione è iniziata nel 2024, quanto dura?
«La prima edizione del CAS è durata poco più di un anno. La seconda, alle porte, comincerà il 13 aprile 2026 per concludersi il 15 marzo 2027. Le iscrizioni sono aperte fino al primo marzo. Il team del Centro competenze psicologia applicata della SUPSI lavora da diversi anni - sia nell’ambito della formazione che in quello della ricerca - su temi quali aggressività, violenza, violenza domestica, traumi psicologici. Con la costituzione dell’Istituto di medicina legale del nostro Cantone si è creata la contingenza giusta, e forse si è colto il favorevole momento di sensibilità e attenzione a questi temi per riflettere sulla necessità di offrire una formazione specifica nell’ambito dell’infermieristica forense, una figura che non era ancora presente in Ticino».

Cosa è necessario per svolgere questo ruolo?
«L’intento è quello di formare conoscenze, trasmettere competenze ed aumentare la capacità di stare nelle situazioni complesse. Le tre cose non possono essere separate soprattutto in questo ambito. Perché se non si riesce a stare nelle situazioni di accoglienza e ascolto con persone che hanno vissuto traumi con i contenuti dolorosi, forti, laceranti che porta una vittima, è difficile sfruttare al meglio le conoscenze acquisite ed esercitare le competenze apprese. Il profilo del curante, le sue qualità umane sono ugualmente importanti, potremmo dire necessarie, delle competenze tecniche. Saper stare senza scappare - e ci sono vari modi per farlo, come rifugiarsi nella routine, disattivare l’ascolto empatico… -, senza confondere le proprie esigenze (anche quelle di giustizia) con le esigenze della vittima nel momento in cui la si incontra, e consapevoli della rete di professionisti che vanno attivati per offrire alla persona le risposte alle sue differenziate esigenze, sono queste le qualità che cerchiamo di sviluppare nel percorso rivolto a Infermiere/i diplomati e a soccorritori diplomati».

Quali cambiamenti ci si aspetta nei prossimi anni in questo ambito?
«Ci aspettiamo miglioramenti nella qualità della documentazione raccolta nei contesti di cura, anche e soprattutto nei casi senza denuncia immediata. Quindi anche una base più solida per la valutazione successiva medico-legale. Sarebbe pure opportuno – questo il nostro auspicio – che nei reparti medici centrali come il Pronto Soccorso, la Ginecologia, le unità di Cure Intense/Terapia intensiva e la Pediatria fossero presenti almeno due o tre infermieri con una formazione completa in infermieristica forense. In questo modo si potrebbe garantire un presidio costante di un professionista adeguatamente qualificato, capace di intercettare casi di violenza domestica».

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