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29.11.2020 - 21:060
Aggiornamento : 30.11.2020 - 11:21

Meteo sempre più folle, così il castagno è ormai in ginocchio

Lunghi periodi di siccità, alternati a giorni di pioggia forte mettono a dura prova il bosco di protezione ticinese.

Roland David, capo della Sezione forestale: «Il futuro sarà questo». Particolarmente seria la situazione tra Bellinzona e Brissago.

BELLINZONA - Un 2020 meteorologicamente schizofrenico sta mettendo a dura prova il bosco ticinese. In particolare i boschi di castagno che, nella fascia da Bellinzona a Brissago, stanno soffrendo più che mai. Senza contare i danni causati nel Mendrisiotto, o in alcune valli, dalla tempesta di Scirocco che ha colpito il Ticino nella notte tra il 2 e il 3 ottobre. «Per noi è un anno particolarmente indicativo – evidenzia Roland David, capo della Sezione forestale cantonale –. Ci mostra quale sarà il futuro con cui dovremo convivere».

In che senso?
«Ci sono stati periodi molto secchi, alternati a giornate in cui di colpo è scesa una grande quantità d’acqua. Il territorio, considerando anche gli inverni sempre più miti, è sotto stress. Questa estremizzazione della situazione meteorologica, legata ai cambiamenti climatici globali, caratterizzerà anche i prossimi decenni».

Concretamente, per la cittadinanza, quali sono le ripercussioni?
«In Ticino i boschi hanno un importante ruolo di protezione. Ci tutelano da frane, dalle cadute di massi e dalle valanghe. Se il bosco è più fragile, noi siamo meno protetti. Ecco perché stiamo cercando d'intervenire».

Il castagno è l’albero più problematico al momento.
«Soffre in particolare nelle zone più esposte al soleggiamento e con terreni più superficiali. Non tutto il Ticino è interessato dal fenomeno, questo va specificato. Ci sono regioni in cui il bosco è assolutamente sano. Dobbiamo, tuttavia, preoccuparci quando vediamo morire un intero popolamento di castagno. E, purtroppo, non si tratta di una rarità».

Soluzioni?
«Il castagno soffre già ormai dalla caldissima estate del 2003. Non ha senso sostituire i castagni malati con altri castagni. La sfida sarà quella di ricostruire un bosco sano facendo ricorso ad altre specie autoctone come il faggio, la quercia, l’acero».  

Ha usato la parola “autoctono”. Non a caso…
«Negli ultimi decenni il Ticino è vittima della globalizzazione. Diverse specie vegetali e animali provenienti da lontano stanno un po’ scombussolando l’ecosistema. Sempre parlando del castagno, ricordiamo l’impatto che nel recente passato ha avuto il cinipide, insetto arrivato dalla Cina. Ma anche una semplice palma, pianta esotica che abbiamo sdoganato con troppa facilità, può creare squilibri».   

Qual è il budget a vostra disposizione per lottare contro tutte queste avversità?
«Circa 50 milioni di franchi distribuiti su quattro anni, ai quali vanno aggiunti gli aiuti finanziari, di pari entità, che ci sono assicurati dalla Confederazione. Nel contempo, sono stati lanciati anche due progetti pilota in collaborazione con la Confederazione».

Quali?
«Il primo per imparare a gestire le specie neofite invasive, il secondo che mira a introdurre una serie di piantagioni sperimentali con un occhio rivolto a un futuro apparentemente ancora lontano. È necessario guardare oltre e capire su quali specie sarà opportuno puntare. Quello che piantiamo oggi, nel 2080 non potrà ancora essere considerato bosco adulto. Non possiamo più aspettare».  

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