Lockdown (Edizioni Fontana)
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17.06.2020 - 19:030
Aggiornamento : 18.06.2020 - 08:39

«Così il lockdown è stato vissuto come una guerra»

Paragonare l’effetto Covid-19 ai conflitti bellici: un’eresia? Il reporter Gianluca Grossi ha raccolto la sfida.

«Ognuno di noi – spiega il 53enne –, quando si trova di fronte a un fenomeno terribile e straordinario, tende ad associarlo alla cosa più brutta che conosca».

Almeno inizialmente è stata dipinta come una guerra. La lotta contro il Covid-19 è andata a toccare le nostre emozioni più nascoste. Oggi il periodo del lockdown viene raccontato in un omonimo libro, pubblicato dalle Edizioni Fontana e in uscita il 19 giugno, da chi la guerra l’ha vissuta veramente. Lui è Gianluca Grossi, 53enne bellinzonese trapiantato a Lugano. Noto proprio per i suoi reportage nei territori bellici di mezzo mondo.

Paragonare la pandemia a una guerra non le sembra una presa in giro verso chi con la guerra è confrontato sul serio?
«So che in tanti si sono indignati. Il Covid-19 e la guerra sono due cose diverse. Non ci piove. E ci mancherebbe. Però a marzo il termine guerra ricorreva spesso, nelle parole dei politici, sui media, anche tra i semplici cittadini. Io dovevo partire per Israele, sono rimasto bloccato in Ticino. E allora mi sono detto: ammettiamo per un periodo che questa sia davvero una guerra. Volevo capire dove affondava le radici questo concetto. Io e la collega Resy Canonica siamo usciti per strada. Per raccontare, con parole e fotografie, quello che i ticinesi stavano passando».

Strade deserte. Le immagini che compaiono sul suo libro sono spettrali.
«Attenzione: il mio libro non ha lo scopo di fare rivivere il lockdown ticinese in forma deprimente. Bensì di mostrare tutte le sue sfaccettature. Troverete anche lati per certi versi divertenti. In un’immagine si vedono, ad esempio, due signore che si parlano dai rispettivi balconi, nel quartiere di Molino Nuovo».

Quali sono le sue considerazioni dopo questa esperienza?
«Quando parlo con le persone che vivono la guerra vera, spesso la associano alla parola “inferno”. Metaforicamente. La stessa cosa facevamo noi di fronte al Covid, parlando di “guerra”. Quando siamo di fronte a una situazione terribile e straordinaria, mai vissuta prima e percepita come minacciosa, capace di sballare completamente le nostre abitudini, tendiamo a descriverla con la cosa più brutta che appartiene al nostro immaginario. Per noi la cosa più brutta è la guerra. Per chi sta in guerra, la cosa più brutta è l’inferno. L’uomo ragiona per metafore».

Che bisogno c’è di fare simili paragoni?
«È come un salvagente. Ci aiuta a stare a galla in momenti in cui ci sentiamo sprofondare, e in cui non abbiamo punti di riferimento. Sull’arco di 43 giorni ho ascoltato cosa dicevano i ticinesi, ho visto cosa scrivevano sui social network. Tutti, in un modo o nell’altro, hanno avuto paura. Anche magari per pochi secondi. E questo è davvero qualcosa che accomuna il lockdown alla guerra. Ci sono state grosse conseguenze sulla nostra psiche. Individualmente. E poi anche collettivamente».  

Sui social si notava anche tanta frustrazione…
«Adesso, che tutto sembra alle spalle, almeno in Svizzera, noto anche rabbia. Dovuta forse al fatto di essersi confrontati proprio con le rispettive paure e debolezze. I social a lungo hanno rappresentato gli unici luoghi in cui potevamo incontrarci. La paura, poi, ci è stata anche indotta».

È una provocazione?
«No. Io non giudico niente e nessuno. È una constatazione. Ci hanno suggerito, a ripetizione, di stare a casa, è stato detto agli anziani di andare “in letargo”. A metterci paura non è stata solo la malattia. Bensì anche il linguaggio usato da alcuni politici, da alcuni esponenti dell’ambiente sanitario. Pensate alla parola “intubato”».

Prima non faceva parte del linguaggio comune…
«Ora sì. E poi le conferenze stampa delle autorità, che si trasformano in veri eventi. Tutto era surreale. Mentre nella guerra, quella vera, un ragazzino diventa adulto in fretta, in quest’altra guerra, invece, è accaduto un po’ il contrario. Siamo tutti diventati più infantili, di fronte a un nemico invisibile. Ci siamo dovuti fidare delle autorità, abbiamo delegato quasi tutto a loro».   

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