«Ai nostri pazienti i medicinali non sono mai mancati»
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09.04.2020 - 09:030
Aggiornamento : 10:20

«Ai nostri pazienti i medicinali non sono mai mancati»

Introduzione prioritaria per un prodotto approvato da un'agenzia di alta qualità.

Intanto si cerca una terapia alternativa: «Farmaci in grado di rendere meno violento il decorso della malattia».

BELLINZONA - Una pillolina di qui, un'iniezione di là: le notizie sui contagiati dal Covid-19 sono superate in numero solo da quelle che parlano del farmaco che potrebbe risolvere l'emergenza sanitaria. Il tanto chiacchierato vaccino spunta una volta in Cina, una in Nord Europa, una in Australia... Tra tante citazioni poco attendibili una, negli ultimi giorni, è sembrata invece avere solide basi. La rivendicazione, da parte di un team della University of Pittsburgh School of Medicine, di aver messo a punto un prodotto – un vaccino-cerotto – che nel giro di una manciata di mesi potrebbe azzerare la paura di milioni di persone. Cosa distingue questa notizia da tutte le altre? Gli scienziati che hanno pensato tale medicinale sono gli stessi che perfezionarono quello da usare contro la SARS.

«Non ho ancora approfondito uno studio di cui per il momento sono venuto a conoscenza solo attraverso la stampa comune – ha ammesso il Professor Alessandro Ceschi, Presidente della Commissione terapeutica dell'EOC e Direttore medico e scientifico dell'Istituto di Scienze Farmacologiche della Svizzera Italiana - Per quel che ho potuto leggere lo ritengo interessante e il team sembra competente, anche se credo che le tempistiche relative al suo utilizzo siano piuttosto ottimistiche. Si parla di pochi mesi, mi sembra un po' poco...».

Il fatto che il team che lo ha messo a punto sia lo stesso che “trattò” la SARS può fare la differenza?
«Può essere un fattore rilevante. Anche in quel caso si trattava di un coronavirus. Avranno verosimilmente sviluppato delle competenze che possono tornare utili in questa occasione».

Prima di poter essere commercializzato, quel prodotto dovrà essere approvato dalla FDA, l'Agenzia Americana del Farmaco.
«Indubbiamente un’agenzia valida, considerata da Swissmedic come di alta qualità, al pari di quelle europea, giapponese o canadese. La valutazione che dà di un medicinale in termini di efficacia e sicurezza ha un valore importante».

Quanto approvato arriva automaticamente in Svizzera?
«Non in modo automatico ma verosimilmente, anche tenendo conto della situazione di emergenza, si trattasse del vaccino per il Covid-19, verrebbe “promosso” seguendo una procedura semplificata e accelerata. La sua introduzione sarebbe prioritaria. Se i dati di efficacia, sicurezza e qualità fossero buoni e solidi, anche la nostra agenzia darebbe velocemente l'ok».

“Velocemente” significa?
«Siamo nel campo delle ipotesi e davvero una previsione sarebbe un po’ azzardata. Stiamo in ogni caso parlando verosimilmente di settimane, non di mesi. La sua valutazione non seguirebbe quella di un farmaco convenzionale non prioritario come ad esempio un nuovo antipertensivo».

Nel frattempo si continua a cercare una terapia alternativa?
«Sì, certo. È la soluzione a cui tentare di arrivare nell’attesa del vaccino. Si stanno sviluppando nuovi farmaci e, contemporaneamente, si sta cercando di riposizionare i medicinali già esistenti e omologati per altre malattie. Stiamo parlando di prodotti che a livello teorico, secondo modelli sperimentali, sembrano avere una certa attività su questo virus. Certi danno speranza, ma senza studi clinici ben fatti e rigorosi, come quelli che stiamo eseguendo anche noi, non si sa con certezza quanto effettivamente siano efficaci. Se dagli studi dovessimo capire che qualcuno di questi non funziona, verrebbe abbandonato. Attenzione, per il momento non stiamo purtroppo parlando di farmaci in grado di risolvere completamente la situazione, bensì di rendere meno violento il decorso della malattia e migliorare la prognosi. L'idea, comunque ovviamente importante, è quella di ridurre il numero di decessi o di persone che devono ricorrere alla terapia intensiva».

Con la pandemia, in Ticino ci sono mai stati problemi di approvvigionamento?
«No, o non in modo importante, perché ci siamo mossi precocemente, già quando il contagio ha cominciato a diffondersi in Cina. E questo non perché siamo degli indovini. Abbiamo capito subito che nella zona di Wuhan, dove sono prodotti a livello mondiale diversi dei farmaci usuali, le fabbriche rischiavano di essere chiuse. Come poi è successo. Quando abbiamo visto quello che stava capitando in Lombardia ci siamo poi ulteriormente attivati, in parte aumentando ancora le nostre scorte. I medicinali ai nostri pazienti non sono mai mancati. Ora che il contagio si è diffuso anche alle altre regioni della Svizzera, è inoltre subentrato un coordinamento, auspicabile, da parte della Confederazione, che mette a disposizione quanto serve in base ai pazienti ricoverati in cure intense».

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