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VOTAZIONE 14 GIUGNO

Svizzera a rischio Brexit? L’allarme di Jans divide gli esperti

Il consigliere federale mette in guardia contro l’iniziativa UDC in votazione il 14 giugno. Politologi ed economisti, malgrado le conseguenze, escludono uno scenario catastrofico.
20min/Stefan Lanz
Fonte 20Minuten
Svizzera a rischio Brexit? L’allarme di Jans divide gli esperti
Il consigliere federale mette in guardia contro l’iniziativa UDC in votazione il 14 giugno. Politologi ed economisti, malgrado le conseguenze, escludono uno scenario catastrofico.

ZURIGO - Il consigliere federale Beat Jans lancia un duro avvertimento contro l’iniziativa UDC sulla cosiddetta “No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti!”. In un’intervista al Tages-Anzeiger, il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) ha evocato addirittura un parallelo con la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenuta nel 2020. Secondo Jans, l’iniziativa metterebbe seriamente a rischio la via bilaterale con Bruxelles, con possibili ripercussioni sul mercato del lavoro, sul sistema sanitario e sull’economia svizzera.

Gli esperti: «Paragone comprensibile, ma non totale»
Per Alexander Trechsel, politologo dell’Università di Lucerna, le preoccupazioni espresse da Jans sono in parte fondate. Se l’iniziativa venisse approvata, potrebbero emergere problemi legati alla libera circolazione delle persone, con conseguenze anche su altri accordi bilaterali, ad esempio nei settori della ricerca o dell’agricoltura. Trechsel invita però a non drammatizzare eccessivamente: «Non credo che si arriverebbe a un crollo totale delle relazioni tra Svizzera e Unione europea», spiega, sottolineando come resti possibile un compromesso politico tra Berna e Bruxelles.

Asilo e migrazione: cosa insegna il caso britannico
Uno degli effetti più discussi della Brexit riguarda la migrazione. Con l’uscita dall’UE, il Regno Unito ha posto fine alla libera circolazione dei cittadini europei, ma non ai flussi migratori legati all’asilo. Anzi, gli attraversamenti irregolari della Manica sono aumentati sensibilmente. Nell’anno statistico conclusosi a giugno 2025, Londra ha registrato circa 43 mila traversate illegali e oltre 111 mila richieste d’asilo, il livello più alto dal 1979. Secondo diverse analisi, una delle ragioni sarebbe la perdita dell’accesso al sistema di Dublino dopo la Brexit. In precedenza, questo meccanismo permetteva al Regno Unito di rinviare richiedenti asilo verso altri Paesi europei. A incidere sono stati però anche fattori internazionali, come le guerre in Siria, Afghanistan e Ucraina e il generale aumento dei movimenti migratori globali.

«La situazione svizzera è diversa»
Trechsel invita tuttavia a non confondere Brexit e iniziativa UDC: «La Brexit riguardava l’uscita completa del Regno Unito dall’UE. Qui il tema centrale è soprattutto la libera circolazione, non il diritto d’asilo». La Svizzera, ricorda il politologo, resterebbe comunque vincolata agli accordi internazionali sui rifugiati. «L’immigrazione legata all’asilo potrebbe essere limitata, ma non semplicemente abolita».

Anche Alexander Dubowy ritiene che il paragone con il Regno Unito sia solo parzialmente corretto sul piano migratorio: «La Svizzera non si trova in una situazione simile a quella britannica con la Manica». Inoltre, maggiore controllo nazionale non significa necessariamente maggiore capacità di gestione concreta. Dubowy avverte però che, qualora gli accordi Schengen/Dublino venissero messi in discussione, la Svizzera potrebbe perdere influenza e trovarsi costretta a trattare domande d’asilo già respinte in altri Paesi europei.

Mercato del lavoro: timori per la carenza di personale qualificato
Uno degli effetti più evidenti della Brexit si è manifestato nel mercato del lavoro britannico. Dopo la fine della libera circolazione, diversi settori – tra cui sanità, edilizia, ristorazione e agricoltura – hanno registrato una forte diminuzione di lavoratori provenienti dall’UE. In alcuni momenti sono mancati autisti di camion, infermieri e lavoratori stagionali. Molte aziende lamentano ancora oggi difficoltà nel reclutamento e un aumento dei costi.

Secondo Trechsel, scenari simili potrebbero verificarsi anche in Svizzera. «Il Paese soffre già oggi di una carenza di manodopera qualificata. Se l’iniziativa fosse accettata, il problema rischierebbe di aggravarsi». Molti comparti economici dipendono infatti in modo significativo da personale proveniente dall’UE. Un indebolimento o una limitazione della libera circolazione potrebbe rendere la Svizzera meno attrattiva per i lavoratori specializzati. L’UDC sostiene che continuerebbero comunque ad arrivare circa 40 mila lavoratori stranieri all’anno. Trechsel dubita però che questa quota possa bastare a soddisfare il fabbisogno dell’economia nel lungo periodo.

Economia: più incertezza e rischio frenata per la crescita
Dal punto di vista economico, la Brexit non ha provocato il collasso del Regno Unito, ma ha lasciato in eredità maggiore burocrazia, ostacoli commerciali, costi più elevati per le esportazioni e un clima di persistente incertezza. Per Alexander Dubowy il paragone con la Svizzera, sotto questo aspetto, è pertinente. Il politologo cita uno studio di Ecoplan commissionato dalla Seco, secondo cui la fine degli accordi bilaterali I potrebbe ridurre il PIL svizzero di circa il 5% entro il 2045. La perdita di reddito pro capite potrebbe raggiungere i 2’500 franchi annui. Secondo Dubowy, gli effetti negativi potrebbero manifestarsi ancora prima di un’eventuale disdetta formale degli accordi: «Le aziende reagiscono già all’incertezza, non aspettano decisioni definitive». Se venisse meno la certezza di poter continuare ad accedere stabilmente a manodopera qualificata, programmi di ricerca europei e mercato unico, le conseguenze potrebbero riflettersi sugli investimenti, sulle scelte delle imprese e sulla capacità di attrarre personale specializzato.

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