Giusto bloccare i ristorni

Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi
LUGANO - Si torna a discutere, con fondate ragioni, del blocco o della riduzione dei ristorni ai frontalieri. Il tema è stato recentemente rilanciato dal presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali.
Il dato politico è evidente: i rapporti tra Svizzera e Italia sono in forte tensione. A pesare non sono soltanto le polemiche seguite al rogo di Crans-Montana, ma anche la cosiddetta “tassa sulla salute” a carico dei vecchi frontalieri.
Su questo punto è necessario essere chiari. Non esiste alcuna ragione per cui la Svizzera debba opporsi a una misura fiscale che riguarda esclusivamente cittadini italiani. Se Roma decide di tassare maggiormente i propri contribuenti, è una scelta interna. Peraltro, i vecchi frontalieri godono da anni di un regime fiscale privilegiato e hanno beneficiato sensibilmente del rafforzamento del franco, vedendo aumentare il proprio potere d’acquisto, mentre quello dei lavoratori ticinesi è stato progressivamente eroso, anche a causa dell’impennata dei premi di cassa malati.
Se la tassa sulla salute dovesse rendere meno attrattivo il frontalierato, l’effetto sarebbe positivo per il mercato del lavoro ticinese.
Quindi: benvenga la tassa sulla salute.
Essa costituisce però una violazione dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri: in base ad esso, i ristorni sono dovuti proprio perché l’Italia non impone i frontalieri. Se il Belpaese si inventa un’imposta, ecco che il presupposto per il versamento dei ristorni viene a cadere.
E che la tassa sulla salute, malgrado il nome, sia in realtà un’imposta, è chiaro a tutti. Basti pensare che verrebbe riscossa in base al reddito.
Di conseguenza, ciò che l’Italia incasserà dalla tassa sulla salute va dedotto dai ristorni. Continuare a versare integralmente quanto previsto, facendo finta che nulla sia cambiato, significherebbe accettare l’ennesima forzatura.
Colpisce poi l’atteggiamento di chi, anche in Ticino, continua a invocare genericamente il “dialogo” con Roma. Il dialogo è utile quando entrambe le parti mostrano rispetto reciproco. Quando invece una delle due impone unilateralmente nuove condizioni, occorre rispondere con fermezza.
La storia recente conferma che l’unico momento in cui la Svizzera ha ottenuto risultati concreti nei rapporti con l’Italia è stato quando, nel 2011, il Consiglio di Stato bloccò la metà dei ristorni. È la prova che la credibilità passa anche dalla capacità di assumere posizioni nette.
Oggi, a rendere il quadro ancora più preoccupante, vi è la prospettiva che la Svizzera debba farsi carico anche delle indennità di disoccupazione dei frontalieri. Per le casse dell’assicurazione contro la disoccupazione svizzera, ciò comporterebbe una spesa stimata (dalla SECO) attorno ai 900 milioni di franchi all’anno. Con conseguente necessità di aumentare dello 0,4% i prelievi salariali a carico dei lavoratori elvetici.
È dunque arrivato il momento di adottare una linea politica chiara: la Svizzera non può continuare ad accettare passivamente richieste sempre più esose. L’UE ci vuole rapinare. A Bruxelles va chiarito subito che non lo tollereremo.
E questi sarebbero i partner con cui, secondo la partitocrazia, dovremmo firmare l’accordo di sottomissione?



