Sanità senza freni e senza regia: il costo dell’abbondanza

Elio Del Biaggio, ingegnere e consulente, comunicatore
Nel dibattito sulla sanità in Ticino si sta consolidando una sensazione sempre più difficile da ignorare, se non addirittura impossibile: non siamo soltanto di fronte a un sistema che cura, ma a un sistema che si è progressivamente allargato fino a diventare, in alcuni suoi aspetti, gonfiato a dismisura e ridondante, ma soprattutto sempre più caro - il più elevato in assoluto di tutta la Svizzera - con premi dei costi dell’assicurazione malattia – la cosiddetta “cassa malati” - che hanno ormai da tempo superato ogni limite ragionevole e sostenibile.
Centri medici, specialisti, farmacie e studi di fisioterapia, persino strutture ospedaliere private, si moltiplicano e proliferano sul territorio con una densità crescente e senza senso.
A prima vista può anche sembrare un segno di prossimità, accessibilità ed efficienza. Ma,al contrario, sotto questa superficie si intravede un equilibrio assai meno rassicurante: quando l’offerta cresce ben più rapidamente dei bisogni reali, il rischio è che sia proprio l’offerta stessa a generare nuova domanda. E, intanto, i costi della sanità continuano ad aumentare: giovani, persone sole, famiglie e anziani fanno ormai sempre più fatica a sostenerli.
Più strutture significano più prestazioni e più prestazioni generano più fatturazione. E più fatturazione porta inevitabilmente a più costi, che alla fine ricadono sul sistema, sui cittadini e sulla società. Il paradosso è evidente: non sempre si produce più salute, ma quasi sempre si produce più spesa. E, per alcuni attori, anche maggiori guadagni, talvolta talmente elevati da risultare veramente difficili da giustificare.
In questo scenario, la frammentazione del sistema diventa un problema concreto. Il paziente si muove tra specialisti, centri, diagnosi, terapie e consulenze parallele, spesso senza un percorso realmente coordinato. Ogni passaggio è magari anche utile e necessario in sé, ma nel complesso può generare ridondanza, duplicazioni e dispersione. Anche pratiche diffuse come la fisioterapia o alcune consulenze e diagnosi specialistiche rischiano, in certi casi, di diventare automatismi più che risposte strettamente necessarie.
Non si tratta di mettere in discussione né la competenza dei professionisti né il valore delle cure. La questione è piuttosto sistemica: quando un sistema sanitario si espande senza una regia complessiva, rischia di generare più prestazioni mediche che un reale incremento della salute delle persone.
Ed è qui che emerge il punto centrale, troppo spesso evitato: la “governance” o guida politica del sistema. Serve una regia più forte e più lucida, più autonoma e indipendente, slegata da logiche di potere, capace di indirizzare lo sviluppo dell’offerta sanitaria, evitando che si espanda in modo spontaneo e disordinato, diventando vieppiù ingestibile. Questo significa anche assumersi la responsabilità di decisioni difficili, talvolta impopolari e scomode, ma necessarie per garantire sostenibilità nel lungo periodo.
Una gestione di questo tipo richiede soprattutto indipendenza e la capacità di non farsi condizionare dalle pressioni dei diversi attori del sistema sanitario - medici, farmacisti, fisioterapisti, ospedali, cliniche private e altri professionisti del settore - ognuno portatore di interessi magari anche legittimi, ma non sempre davvero coerenti con l’equilibrio e la sostenibilità complessiva del sistema.
Il problema, in realtà, non è la presenza di queste categorie, ma la mancanza di una vera capacità e volontà di coordinarle e orientarle verso un obiettivo comune, per una ragionevole razionalizzazione e un necessario ridimensionamento. Si aggiunge poi anche la difficoltà nel far prevalere principi etici e senso di responsabilità sociale, che la deontologia professionale dovrebbe invece assicurare e garantire.
A questo entra in gioco un ulteriore elemento, spesso sottovalutato: la domanda sanitaria non è sempre interamente “pura”. Una parte è alimentata da abitudini consolidate e “malsane”, aspettative crescenti e una tendenza culturale a interpretare ogni minimo disagio o malessere come necessità di consulto e intervento medico immediato. In alcuni casi, ciò che viene percepito come bisogno non corrisponde a un’effettiva necessità medica o urgenza clinica. Frenare questa dinamica non significa ridurre le cure, ma promuovere maggiore appropriatezza, consapevolezza e responsabilità nell’uso del sistema, da parte di chi ne beneficia.
E tuttavia, in mezzo a queste criticità, non si parte proprio da zero: basterebbe la volontà, soprattutto politica. Esempi virtuosi, efficaci ed economicamente sostenibili, anche vicini a noi, non mancano, senza dovere per forza andare fino in Cina, dove esistono strutture ospedaliere altamente efficienti ed economiche, gestite addirittura attraverso l’intelligenza artificiale (pensiamo, ad esempio, all’Agent Hospital di Pechino, sviluppato dalla Tsinghua University, fiore all’occhiello di moderno modello sanitario nel mondo). Servirebbe solo la capacità di osservarli con attenzione e il coraggio di farne tesoro, adattandoli con intelligenza e senso di responsabilità al contesto locale, invece di ignorarli per inerzia e autoreferenzialità.
La sfida, dunque, non è semplicemente ridurre la sanità, ma riportarla a una dimensione sostenibile, coerente e meglio coordinata. Serve una sanità più intelligente e meno dispersiva, più economica e maggiormente etica, capace di distinguere tra ciò che è realmente necessario e ciò che è solo possibile, anche accettando margini di guadagno più contenuti. E questo non riguarda indistintamente tutti gli operatori del settore - in particolare infermieri, infermiere e assistenti di cura - che rappresentano invece una categoria essenziale, già sotto pressione e sovente sottovalutata.
Perché, senza una regia politica forte e senza il coraggio di assumere decisioni anche impopolari - soprattutto fra chi ne fa un “business” traendone profitti ingenti - il rischio è che il sistema continui a crescere non in efficacia, ma in volume. E quando la sanità diventa soprattutto una questione di quantità, il pericolo è che perda progressivamente la sua qualità più importante: quella di essere davvero al servizio della salute, e non della sua moltiplicazione, con costi sempre più elevati e guadagni davvero fuori misura.
Il risultato finale è un sistema in cui i costi crescono in modo esponenziale, con un peso sempre più rilevante scaricato sui cittadini - almeno su quelli che i premi di cassa malati e le prestazioni mediche effettivamente li pagano - trasformando la sostenibilità finanziaria della sanità in una delle principali questioni sociali e politiche del presente e, soprattutto, del prossimo futuro.



