La difesa del canone radiotelevisivo è una lotta di retroguardia

Partito Comunista
Risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista sull'iniziativa popolare "200 franchi bastano"
Premessa
Mentre nel nostro Paese l’idea di abolire o di ridurre il canone radiotelevisivo è capeggiata dalla destra di UDC e Lega, in un altro paese federalista e plurilingue come il vicino Belgio, tale rivendicazione contro un balzello giudicato “anti-sociale, ingiusto et illogico” è stata condotta già dieci anni fa dai comunisti del Partito del Lavoro del Belgio (PTB) ed è pure stata parzialmente sostenuta dalla socialdemocrazia. Anche nella sinistra italiana, peraltro, non manca la critica al canone RAI. Non si deve insomma commettere l’errore di leggere tale questione per partito preso, credendo alla narrazione secondo cui comunisti e socialisti devono per forza sostenere il servizio pubblico radiotelevisivo finanziato con questa modalità. Il nostro punto di vista deve reggersi non solo sul principio dell’indipendenza di classe, ma anche sull’analisi materiale dello stato reale delle cose: è indubbio infatti che l’odierna RSI sia profondamente mutata dal passato oggi strumentalmente esaltato: per cultura aziendale, per aderenza nazionale, per qualità editoriale, ma anche per condizioni di lavoro, sempre più precarie a causa dei processi di esternalizzazione, la RSI non è più quell’azienda così profondamente ancorata alla comunità. Un passato che, per scelta dei suoi vertici sempre più integrati nella cultura globalista, non potrà tornare, nemmeno con più risorse.
Da “No Billag” a “200 franchi bastano”
A differenza dell’iniziativa (ben più estrema) “No Billag” del 2018, questa volta, in caso di accettazione popolare dell’iniziativa popolare “200 franchi bastano”, la Confederazione non sarà costretta a mettere all’asta le concessioni radio-TV che sarebbero diventate appannaggio solo degli oligopoli politico-mediatici privati esteri (i quali però, a dirla tutta, non sono forzatamente peggiori di quelli elvetici, visto che la dipendenza culturale ed economica dal mercato atlantico è già oggi in essere). È tuttavia vero che una diminuzione a Fr. 200.- dell’attuale canone di Fr. 335.- potrebbe comportare, come misura di ritorsione padronale, una riduzione di personale alla RSI (coinvolgendo eventualmente anche posti di lavoro indiretti nell’economia privata) e vi sarà probabilmente una riduzione di contributi alla realizzazione di opere cinematografiche locali e nazionali, già oggi tuttavia gestite spesso in modo lottizzato e nepotistico. La responsabilità per le eventuali ripercussioni sui posti di lavoro, che arriveranno comunque, va però ricercata esclusivamente nei vertici aziendali, le cui scelte autoreferenziali di politica editoriale e la loro attitudine ermetica di saccente e arrogante rifiuto alla critica, spingono le classi popolari a una disaffezione rispetto alla RSI e al servizio pubblico informativo in quanto tale.
Le nostre raccomandazione del 2018 non sono state ascoltate!
Nel 2018, giustificando la propria opposizione all’abolizione pura e semplice del canone, il Partito Comunista si diceva consapevole del fatto “che le nostre critiche trovano un riscontro solo e soltanto all’interno di un servizio pubblico funzionante”. I contenuti (criticabili) si distinguono ma non si separano dalla forma (il servizio pubblico): in termini marxisti la forma è infatti la configurazione necessaria attraverso cui il contenuto si rende sensibile e intelligibile. Devono dunque essere forse i comunisti a difendere un servizio pubblico in cui a trarne profitto sono solo coloro che ripetono ciò che il mainstream borghese, woke e atlantista si attende trasmettano? Siamo chiamati insomma a ragionare in termini più globali e non solo strettamente corporativi: il canone garantisce davvero un servizio pubblico funzionante? E ancora: questo tipo di cosiddetto servizio pubblico radio-televisivo fornisce un’informazione davvero pluralista e indipendente, oppure indottrina la popolazione al pensiero unico globalista preparandola alla guerra? Sempre nel 2018 il Partito Comunista dichiarava che “troppo spesso l’informazione trasmessa alla RSI è superficiale e poco plurale e non rispetta adeguatamente la neutralità religiosa. Si dà molto risalto alle formazioni politiche maggioritarie, escludendo regolarmente le voci fuori dal coro malgrado la loro preparazione e le loro conoscenze specifiche. Nell’affrontare temi importanti nel nostro Cantone, che riguardano giovani e scuola, in più di un caso non sono stati coinvolti i diretti interessati. Il taglio dato ai servizi, soprattutto sulla situazione politica di paesi esteri, risente dell’influenza politica di ‘Reporters sans frontiers’ venendo meno ad un auspicato piglio analitico e indipendente degno di un vero giornalismo”. Auspicavamo quindi che “in futuro la RSI dovrà sicuramente mostrarsi più attenta nel riportare i fatti e nell’informare la popolazione nel modo più completo e attento, conscia del suo ruolo pubblico a favore di ogni espressione della cittadinanza tutelando la laicità e, a livello nazionale, come portavoce della cultura italofona”.
Siamo ancora di fronte a un servizio pubblico?
Come è evoluta la situazione in questi otto anni? Se possibile è ancora peggiorata! La RSI non si comporta ormai più come un servizio pubblico: il pluralismo è fortemente limitato anche per i partiti istituzionali, viene premiata solo la politica spettacolo, l’informazione sui grandi temi di politica internazionale è non solo squilibrata e piegata irriformabilmente ai diktat atlantisti ed europeisti, ma anche in gran parte propria sbagliata con inviti a “esperti” (spesso di importazione) faziosi (e talvolta proprio pacchiani) che vengono regolarmente smentiti dai fatti (tutto quello che si è detto sull’Ucraina ad esempio è stato un'inqualificabile e pericolosa propaganda che continua senza sosta!). Sulla Palestina l’informazione ha avuto sì dei generici sussulti di dignità, ma solo alla fine, quando Israele risultava del tutto indifendibile e anche l’UE aveva di fatto autorizzato il giornalismo di sistema ad esprimere qualche parola di critica al sionismo. La linea russofoba e sinofoba continua poi imperterrita e rappresenta ormai il leitmotiv di tutta l’impalcatura informativa della RSI. Per contro certo massimalismo di sinistra (trotzkista) e i liberal-atlantisti hanno campo libero: il “totalitarismo liberale” è parte integrante del giornalismo mainstream che vuole preparare l’opinione pubblica alla guerra contro le nazioni emergenti. I contenuti social sono poi costruiti per orientare il pensiero dei giovani e non solo la propaganda militarista negli ultimi tempi è persino cresciuta, ma in generale la superficialità la fa da padrone. Certo ci possono essere (e ce ne sono senza dubbio!) anche trasmissioni d’inchiesta, con puntuali servizi di pregio, frutto di un lavoro professionale di giornalisti già oggi umiliati dalle scelte di politica aziendale dei manager, ma questo basta per giustificare un canone riscosso in modo iniquo e superiore ai 200.- franchi? Aspetti centrali di un vero servizio pubblico sono anche la coesione nazionale e il plurilinguismo: costantemente addotti quale motivazione per rigettare questa iniziativa popolare, sono in realtà perlopiù argomenti alibi utilizzati come arma di ricatto emozionale e dal vago sentore nostalgico per una RSI che da anni esiste solo nei ricordi delle generazione del Gatto Arturo: oggi di nazionale la RSI, forse ad esclusione dello sport, ha ormai sempre meno: non solo per i già citati “esperti” di importazione, ma anche per l’ostentato uso di anglicismi (e si sa che la lingua forgia la mente!) e soprattutto per la generalizzata e fastidiosa subalternità culturale nei confronti del modello globalista e del sistema atlantista in ambito culturale, economico, politico, sociale e persino militare!
Il canone è una tassazione anti-sociale e iniqua
Il canone resta, in effetti, poi anche una tassa iniqua e in sé anti-sociale, come lo è l’IVA (che i comunisti vogliono non a caso abolire): i servizi pubblici, se sono realmente tali, vanno finanziati attraverso l’imposizione fiscale, quindi secondo regole di progressività e soprattutto non appaltati ai privati! Il nostro Partito lo diceva già nel 2018 criticando sia la somma ingente del canone, sia il sistema di riscossione. Esso ad esempio colpisce anche i giovani in formazione che non vivono con i genitori. Avevamo già allora definito il canone una tassa iniqua poiché non tiene conto di disponibilità finanziarie differenti: tale problematica è dirimente dal punto di vista di classe e resta immutata. Ma il problema è anche più ampio: nascosto da un mandato pubblico si cela in realtà un’attività che produce profitto per la Serafe SA, un’azienda privata che fa finta di stare sul tanto osannato libero mercato ma i cui utili (in crescita quanto i dividendi per i suoi azionisti) derivano in realtà esclusivamente da un obbligo statale che viene imposto con procedure di incasso sempre più aggressive a danno dei lavoratori e dei cittadini che fanno sempre più fatica a tirare la fine del mese e che nemmeno si sentono così coinvolti dalla RSI.
Conclusione
Dopo un’ampia consultazione promossa fra i tesserati al Partito Comunista, la quale ha fatto emergere, accanto a una forte e generalizzata sfiducia verso la possibilità di riformabilità della RSI in quanto reale servizio pubblico informativo e al rifiuto di un canone fiscalmente iniquo, anche molte preoccupazioni prettamente sindacali per le maestranze (tecnici, cameraman, freelance, ecc.) già oggi precarizzate ed esternalizzate, e la consapevolezza che non esista un progetto di reale rinnovamento dell’idea di servizio pubblico, il Comitato Centrale ha deciso di concedere la libertà di voto. Vada come vada il canone radiotelevisivo non rappresenta comunque il futuro: la sua difesa è quindi in sé una battaglia di retroguardia.



