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SHABNAM MAZIDI

La mia notte iraniana in Svizzera

Shabnam Mazidi
Shabnam Mazidi
La mia notte iraniana in Svizzera
Shabnam Mazidi

Ho fatto un incubo. Mi sveglio di colpo e guardo l’orologio: sono le 2:15 del mattino.

Controllo subito le notizie. Chiamo uno a uno i membri della mia famiglia e i miei amici. Nessuna risposta.

Da più di otto giorni non ho notizie di loro. Non so se siano vivi. Non so se stiano bene.

Cerco di allontanare i pensieri peggiori e di dormire ancora un po’. Ma l’incubo si ripete. Mi sveglio di nuovo: sono le 3. Ricontrollo le notizie, scorro senza sosta. Piango. Il sonno non torna più.

Scrivo continuamente su X. Pubblico tweet nel tentativo di mantenere l’attenzione su un popolo che vive sotto un assedio totale: il popolo iraniano.

Mi manca mia madre. Spero che non abbia avuto paura. Spero che non abbia perso la speranza. Spero che sia sana.

Da anni non vedo la mia famiglia e l’idea di non rivederli mai più mi fa tremare il corpo.

Mio marito è molto preoccupato per me. Mi chiede di allontanarmi un po’ dalle notizie e di uscire a fare due passi insieme, forse per aiutarmi a respirare.

Appoggio la testa al sedile dell’auto e guardo fuori dal finestrino. Fuori è tutto normale. Inquietantemente normale.

Penso che, quando tutto questo finirà, dovrò rivolgermi a uno psicoterapeuta. Poi mi dico che qui nemmeno un terapeuta riuscirebbe a comprendere davvero il mio dolore. Avrei bisogno di parlare con uno psicologo iraniano.

Mi viene in mente una psicologa che, attraverso il suo profilo Instagram, cercava di aiutare le persone a ritrovare un po’ di calma. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. E mi chiedo: è normale piangere pensando a qualcuno che non ho mai incontrato?

Parcheggiamo l’auto e saliamo in ascensore.

Mio marito mi asciuga le lacrime e mi dice: «Ogni volta che ti guardo così, mi si spezza il cuore».

Provo compassione anche per lui. Da quattro anni, da quando sono entrata nella sua vita e mi sono trasferita in Svizzera, segue e porta con sé il dolore mio e quello di novanta milioni di miei connazionali innocenti. E soffre con noi.

Una bambina entra in ascensore con sua madre. Scoppio a piangere. Mio marito mi guarda, preoccupato. Tra le lacrime dico: «I bambini innocenti dell’Iran… quelli che in

questi giorni vivono nella paura. Molti di loro sono stati uccisi».

Qualcuno spiegherà mai a questi bambini che le persone vengono uccise nelle strade perché un giorno possano crescere nella libertà e nella sicurezza?

Penso a mia sorella e a suo marito. Desideravano tanto avere un figlio, ma hanno deciso di non diventare genitori, per non condannare un bambino a vivere nella stessa oppressione in cui vivono loro.

Mia sorella… la mia dolce sorella.

Vorrei poter scrivere una lettera ai più alti funzionari e cercare di salvarli, di farli uscire dall’Iran. Poi ricordo che durante dodici giorni di guerra ho scritto alle autorità svizzere e a quelle di molti Paesi del mondo, chiedendo aiuto.

Mi hanno risposto con grande cortesia, ma hanno rifiutato la mia richiesta: avrei dovuto dimostrare che la loro vita fosse più a rischio di quella degli altri.

Ma come?

Non è forse vero che in Iran la vita di tutti è ugualmente in pericolo?

E tuttavia è evidente che io non posso fare nulla per mettere in salvo novantadue milioni di esseri umani innocenti.

Mentre camminiamo, mio marito cerca di calmarmi. Mi dice: «So che sei piena di dolore e di rabbia. Capisco il tuo crollo e le tue lacrime. Ma ti stai distruggendo. E se succedesse qualcosa a te, sarebbe un danno anche per loro: perderebbero una voce che, nei Paesi liberi, grida per loro. Tu devi essere la loro voce. Fino ad oggi il percorso che hai seguito è stato giusto. La lotta non è solo nelle strade o con le armi. La tua lotta è anche da casa, attraverso l’informazione e i social media».

«Quando l’Iran sarà libero, avremo tempo per abbracciarci e piangere. Piangere a lungo. Piangere a voce alta».

E io penso che la lotta non sia finita finché l’Iran non sarà libero.

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