«Messi in una gabbia di un metro, con i cani che abbaiavano e graffiavano sul ferro»

Arrivano ancora testimonianze delle violenze subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Mi prendevano per i capelli e mi tiravano su come un trofeo»
ROMA - Parlano di torture subite, sia fisiche che psicologiche e di aver vissuto per 48 ore in un campo di concentramento. Sono i racconti degli attivisti della Sumud Flotilla arrivati a Roma. «A chi hanno rotto costole, a chi hanno molestato sessualmente ma è stata anche una tortura psicologica. Per andare al porto mi hanno chiuso in una gabbia di ferro di un metro, dove non si vedeva nulla e fuori i cani che abbaiavano e graffiavano sul ferro», è la testimonianza di Antonella Mundu, toscana, una delle attiviste finita nell'inferno della detenzione israeliana.
«Se prima eravamo tornati umiliati ma sostanzialmente integri, stavolta torniamo letteralmente con le ossa rotte», è invece il laconico commento di Luca Poggi, di 28 anni. «Mi hanno buttato a terra, riempito di botte in quattro, mi mettevano fascette sulle mani stringendole e poi le staccavano via tirandole. Ma ancora, cercavano di farmi uscire la spalla, oppure mi prendevano per i capelli e mi alzavano su tipo trofeo», sono invece le descrizioni di Marco Montenovi, 43enne di Ancona. Attorno a loro un centinaio tra simpatizzanti, amici e parenti, che con slogan e applausi li hanno accolti per il rientro a casa.



