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CINAE in Cina? Il Covid prima o poi finirà. I controlli forse no

02.02.22 - 06:00
Dopo la prima ondata, il Dragone ha abbattuto i contagi. Anche grazie a tecnologie che potrebbero sopravvivere al virus.
Keystone
CINA
02.02.22 - 06:00
E in Cina? Il Covid prima o poi finirà. I controlli forse no
Dopo la prima ondata, il Dragone ha abbattuto i contagi. Anche grazie a tecnologie che potrebbero sopravvivere al virus.

PECHINO - Nella graduatoria della pandemia la Cina - stando ai dati del sito worldometers - occupa il 119esimo posto. Da culla, de facto, del virus che due anni fa compieva il suo golpe sulle nostre quotidianità, il Paese asiatico ha conosciuto solamente la prima ondata pandemica, alzando immediatamente rigide barricate che hanno prevenuto le mareggiate successive. E che restano in vigore tuttora, mentre nel resto del mondo c'è chi ha iniziato - in alcuni casi non senza un pizzico di azzardo e sfrontatezza nei confronti del virus - a invertire la tendenza.

In Inghilterra il "libera tutti" è arrivato la settimana scorsa. Ieri è stato il turno della Danimarca, la prima a farlo all'interno dei confini dell'Europa comunitaria. In Svizzera, in attesa che il Consiglio federale si pronunci in merito, il "Freedom Day" - con qualche prudenza in più, mascherine in primis, rispetto alle decisioni prese in quel di Londra - potrebbe formalizzarsi il prossimo 16 febbraio. E tutto questo nonostante il numero dei contagi giornalieri, sospinti dall'instancabile passo della variante Omicron, resti estremamente elevato. Questo non avviene però in Cina. E, al contrario, qualcuno inizia ora a chiedersi se alcune di quelle misure non siano destinate a restare.

Una vite che potrebbe non allentarsi più
I primi ad alzare gli scudi e gli ultimi ad abbassarli? Gli artigli del Dragone restano addosso al virus, ma non solo. L'aggressività che Pechino ha messo in campo sin da subito per tracciare i movimenti dell'invisibile nemico non ha pari in nessun altro Paese. Un pressing asfissiante, degno di un mediano vecchio stampo, dove il singolo caso innesca centinaia di migliaia - quando non si arriva addirittura ai milioni - di test. Uno degli esempi più recenti risale a poco meno di un mese fa. Città di Tianjin, un importante nodo portuale che dista un centinaio di chilometri dalla capitale cinese. Un focolaio di venti persone ha portato le autorità a testare a tappeto 14 milioni di cittadini, a cui è stato espressamente richiesto di restare nelle vicinanze delle proprie abitazioni in attesa della chiamata. Non fai il test? E allora scordati il bollino verde sull'app di tracciamento; con tutte le conseguenze che ne derivano.

Non è la solita app di tracciamento
Questo cosiddetto "Health Code" è il cuore del sistema che Pechino ha instaurato per veicolare la sua politica di tolleranza zero, dichiarando il coronavirus persona non grata. Niente a che vedere con la nostra SwissCovid o con l'italiana "Immuni", entrambe date per disperse tra un'ondata e l'altra. L'app cinese, come riassume un'analisi firmata da Wanshu Cong, ricercatore dell'Istituto universitario europeo, «non è la solita applicazione di tracciamento». Le si danno in pasto un discreto numero di informazioni personali - tra le quali nome, cognome, indirizzo, cartella medica, numero di identificazione e tutti gli spostamenti effettuati nel corso degli ultimi 14 giorni -, lei elabora il tutto e produce un codice QR di colore rosso, giallo o verde a seconda del livello di rischio calcolato. Ed è grazie a questo che si può accedere ad esempio ai mezzi di trasporto pubblici o ad alcuni spazi. Non solo. A volte viene richiesto, come nel caso della metropolitana o per sedersi in alcuni ristoranti, di scansionare il codice esposto agli ingressi. E così facendo anche gli spostamenti della persona vengono registrati.

Chiudendo la parentesi sul funzionamento dell'app si arriva al punto. L'avvento della pandemia sembra aver innescato una sorta di "upgrade" automatico - e in parte permanente? - sulla sorveglianza di Pechino sui propri cittadini. Di certo ha offerto l'occasione e gli strumenti per implementarlo. È opinione diffusa, si legge sempre nello studio di Cong, che l'health code venga considerato un'importante occasione per aggiornare la governance e i servizi di pubblica utilità nella società post-pandemia cinese. Con la lente che rimane però offuscata da quelle lacune che interessano tanto la privacy quanto la riservatezza dei propri dati personali, incentivata ulteriormente «dall'assenza di sincronia tra legge e tecnologia». Nel frattempo, le autorità cinesi hanno iniziato a declinare questi strumenti su altri fronti. Criminali e fuggitivi sono stati rintracciati e catturati perché "intrappolati" dalla fitta rete dall'app sbocciata nella primavera del 2020 ad Hangzhou.

Il grande rischio, citando le parole pronunciate da un ricercatore dell'Università Fudan di Shangai riportate in un recente approfondimento del New York Times, è questa enfasi sull'incrocio tra sorveglianza e tecnologia possa portare i funzionari cinesi su un sentiero che non prevede vie alternative per proteggere la vita dei cittadini. E non a caso lancia il suo avvertimento sulla nascita di un possibile «circolo vizioso» in cui «le persone sono sempre più marginalizzate mentre potere e tecnologia penetrano sempre più in profondità ovunque».

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