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25.07.2018 - 12:080
Aggiornamento : 12:51

Marchionne: il manager globale che cambiò la Fiat

Il manager nato a Chieti 66 anni fa sarà ricordato come l'imprenditore che ha salvato l'azienda dal fallimento e l'ha trasformata nel settimo gruppo automobilistico mondiale

TORINO - Il manager che gioca a poker e che si è laureato in filosofia. Figura atipica, Sergio Marchionne. Sarà ricordato come l'imprenditore che nel 2004 ha salvato la Fiat dal fallimento e l'ha trasformata nel settimo gruppo automobilistico mondiale. Ma è anche l'uomo dei piani industriali ambiziosi, "non per deboli di cuore", presentati con il sottofondo musicale del jazzista afroamericano Bobby McFerrin. Passeranno alla storia l'acceso scontro sindacale nelle fabbriche, la svolta nelle relazioni industriali con l'uscita da Confindustria, l'alleanza con Chrysler benedetta dalla Casa Bianca.

Nato a Chieti il 17 giugno di 66 anni fa, Marchionne è figlio di un maresciallo dei carabinieri e con l'Arma manterrà sempre un forte legame al punto che, quasi per un segno del destino, l'ultima immagine pubblica è la consegna di una Jeep Wrangler al Comando Generale a Roma. A 14 anni si trasferisce con la famiglia in Canada, dove consegue tre lauree, in Filosofia, Economia e Giurisprudenza. Inizia l'attività da manager in Svizzera e nel 2002 assume le redini di SGS, il colosso che opera nei servizi di certificazione. L'anno successivo entra nel consiglio Fiat, voluto da Umberto Agnelli e nel 2004, dopo la sua morte, diventa amministratore delegato al posto di Giuseppe Morchio, a fianco di Luca di Montezemolo e di John Elkann.

Marchionne è un grande negoziatore e a Torino lo dimostra subito ridiscutendo con le banche il prestito da 3 miliardi e l'accordo con General Motors. Ma è anche un duro. Sul fronte sindacale porta avanti la battaglia contro la rigidità del contratto nazionale e si scontra con la Fiom, negli stabilimenti e nei tribunali, sul nodo della governabilità delle fabbriche. Chiede flessibilità come condizione per investire a Pomigliano e a Mirafiori, con la minaccia di un 'Piano B' che vuol dire portare altrove gli investimenti, fino alla vittoria del sì nei referendum e la divisione mai sanata tra i sindacati. Apre un altro fronte con Confindustria e a inizio 2012 esce dall'associazione. Una decisione clamorosa perché a inizio '900 la Fiat era stata uno dei suoi soci fondatori.

Quattordici anni contrassegnati dal lancio di nuovi modelli, con lo spostamento del baricentro dall'auto di massa al segmento premium, gli scorpori di Fiat, Ferrari e Cnh e quello avviato di Magneti Marelli, il rilancio dell'Alfa Romeo e i record della Jeep, lo sbarco a Wall Street. Sempre in volo tra l'Europa, l'America e il Brasile, resistente al fuso orario, lavoratore infaticabile, Marchionne è convinto della necessità di un consolidamento nell'auto, «settore a metà strada dal paradiso e solo un miglio fuori dall'inferno», ma il tentativo di accordo con General Motors, fallisce per l'opposizione dell'ad Mary Barra. Non mancano gli errori, ammessi con serenità, come il ritardo dello sbarco in Cina e le false partenze di Alfa Romeo.

Al centro anche delle relazioni politiche mondiali, ma senza intenzione di fare parte di quel mondo ("Scherziamo? Io faccio il metalmeccanico", dice): amato da Barack Obama ma anche 'il preferito' del presidente Donald Trump, pronto a trattare con la cancelliera Angela Merkel quando prova a comprare la Opel. Corteggiato in Italia da Silvio Berlusconi, che gli offre la candidatura a leader del centrodestra, a fasi alterne con Mario Monti e Matteo Renzi.

Fiat, poi Fiat Chrysler Automobiles (Fca) e dal 2014 anche Ferrari dove lo porta la grande passione per il Cavallino e dove sarebbe rimasto fino al 2021: presente ai Gran Premi, lui stesso a bordo di bolidi della Rossa, a settembre avrebbe presentato il nuovo piano industriale. Non ha fatto in tempo, ma il futuro lo ha tracciato con l'annuncio del primo suv e di una supercar elettrica.

Grande fumatore fino a qualche mese fa, Marchionne, appassionato di jazz e lirica ma anche di cantautori come Fabrizio De André, è l'uomo dal look casual. L'abito formale non l'ha mai amato. Nessun dress code rigoroso neppure agli appuntamenti ufficiali, come la visita della Merkel a Maranello. Il suo preferito è il pullover nero a girocollo, comprato in serie su internet. Niente mondanità, meglio un libro o una buona cena, l'attesa di una vita più normale con la sua compagna Manuela che è rimasta fino alla fine accanto a lui. «Marchionne lascerà un copione o istruzioni? Non ci sono copioni. Fca è un insieme di culture e di manager nati dalle avversità», sono le sue ultime parole a Balocco.


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