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LOCARNO
10.09.2019 - 11:140

«Stupri e torture: quei ragazzi avevano storie orribili»

Via al processo d’appello sul caso dell’ex deputata Lisa Bosia Mirra, accusata di avere fatto entrare in Svizzera, di nascosto, 24 profughi: «A Como vivevano nell’incertezza. Senza dignità»

LOCARNO – «L'esperienza in Gran Consiglio per me è stata frustrante. Le cose di cui si discute hanno spesso poca attinenza con la vita concreta delle persone. Si spendono ore per ratificare decisioni già prese. Ho capito sin dal primo giorno che quello non era un posto per me». Lisa Bosia Mirra, ex deputata del PS, "la donna che faceva entrare i migranti in Svizzera di nascosto", ora è una voce libera. Da tempo ormai non è più in Parlamento. E con questa nuova veste si presenta di fronte alla giudice Giovanna Roggero-Will. A Locarno va in scena il processo d'appello sul suo discusso caso. «Oggi dirò poco della mia vita privata. Ho ricevuto minacce, insulti. Sui social e via posta. Mi hanno dato della "cagna", della "troia", mi hanno scritto che "mi avrebbero sparato a vista"».

Prima condanna – La 46enne di Genestrerio, che di professione fa l'operatrice sociale, è accusata di avere fatto entrare illegalmente su suolo elvetico 24 giovani profughi eritrei e siriani. Correva l'anno 2016. Il giudice Siro Quadri nel settembre del 2017 l'aveva condannata a una multa di mille franchi e a una pena pecuniaria di 80 aliquote giornaliere da 110 franchi l'una, sospesa per due anni con la condizionale. 

Quello non era un campo attrezzato – L'accusata, che non ha mai negato i fatti, ha deciso di impugnare la sentenza. Di ricorrere, appunto, in appello. Raccoglieva i migranti a Como e, attraverso un valico non presidiato, e con l'aiuto di altre persone, li portava in Ticino. «I profughi che ho aiutato non provenivano da un campo attrezzato. Bensì dal giardino pubblico antistante la stazione di San Giovanni, a Como. Non potevano beneficiare di servizi adeguati. Si lavavano nella fontanella del parco. La cosa più grave, al di là del disagio materiale, era la totale mancanza di informazioni per queste persone».

Una situazione personale ancora delicata – Bosia Mirra entra in contatto con i migranti di Como grazie all'associazione da lei stessa fondata, la Firdaus. «Abbiamo raccolto anche parecchi fondi per aiutare i profughi». E lo dice con emozione. Ma ancora prima, spicca la commozione per la sua situazione personale. La donna piange quando, subito in entrata, racconta di non potere ancora frequentare manifestazioni di massa, alla sera. Per paura di subire ripercussioni violente. «Sono in cura. Proprio per superare i miei timori. Le minacce hanno lasciato un segno dentro di me».     

Storie drammatiche – Poi torna a parlare dei “suoi” migranti. Dell’Odissea a cui erano sottoposti. Storie drammatiche. Disumane. E dell’incertezza con cui questi ragazzi erano costretti a vivere in Italia. Lisa Bosia Mirra espone lucidamente i fatti. Facendo qualche appunto in merito alla sentenza precedente. Ma in sostanza non cambiando mai la sua visione delle cose.

Ecco il criterio con cui aiutava la gente – «Il criterio per aiutare le persone che ho accompagnato in Svizzera era quello della loro vulnerabilità. Parlo della loro età. Del fatto di avere subito torture, stupri. Di avere tentato il suicidio. Volevo che potessero ritrovare calore umano. Sapevo che quella situazione, lì a Como, era intollerabile, indegna, frustrante. D’altra parte, sapevo che in Germania avrebbero potuto chiedere asilo più facilmente».

La domanda chiave – Non c’era un altro sistema per aiutare queste persone? È la domanda chiave posta dalla giudice. Bosia Mirra replica: «Le persone che potevano chiedere asilo alla Svizzera, dimostrando di avere parenti nel nostro Paese, sono state aiutate a ricongiungersi in modo legale. Queste persone arrivavano in Italia, volendo raggiungere un altro Stato. Si avviava la procedura di rilocazione. Molto complicata e lunga. In Germania, dove tanti avevano parenti, le cose sono più semplici. E non va dimenticato che la richiesta d’asilo è meno difficoltosa se fatta dall’interno del Paese. Io volevo facilitare a queste persone l’approdo in Germania».

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