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La Svizzera non rincorre i talenti che le voltano le spalle

Pier Tami avrebbe scelto... Pier Tami.
La Svizzera non rincorre i talenti che le voltano le spalle
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La Svizzera non rincorre i talenti che le voltano le spalle
Pier Tami avrebbe scelto... Pier Tami.
«Una volta, quando sorteggiavano la Svizzera, non dico che i rappresentanti delle altre selezioni stappassero le bottiglie, ma erano sicuramente contenti. Ora non più».

LUGANO - Ancora qualche mese e Pier Tami andrà in pensione. Prima di staccarsi dal mondo del calcio - se mai riuscirà a farlo completamente - l’attuale direttore delle squadre nazionali maschili dell'ASF dovrà però fare un ultimo sforzo. E nemmeno piccolo. Dall’11 giugno in avanti sarà infatti negli Stati Uniti dove, a seguito della Svizzera, vivrà l’enorme emozione del Mondiale.

Professionista esemplare che ha attraversato più di quattro decenni del calcio ticinese prima e svizzero poi, l’ex giocatore e allenatore è in ogni caso prontissimo a voltare pagina.  

«Siamo in un periodo caldo, intenso, però anche bello - ci ha raccontato - perché se c'è questa intensità e così tanto lavoro è perché ci siamo qualificati al Mondiale, che era il nostro obiettivo principale. Siamo contenti».

Tagliamo la testa al toro: il “ritiro” è definitivo? Se qualche club è in difficoltà e ti telefona…
«Io rispondo a tutti, poi che dica di sì è un altro discorso. Non ho ancora smesso e già ci sono delle proposte… Come ho risposto? Ho detto: "Guardate, lasciatemi finire in bellezza questa mia avventura con la Nazionale. Poi ci penseremo"».

Sei stato calciatore per quattordici anni, allenatore per ventiquattro e dirigente per sette. In quale di questi ruoli hai fatto meglio?
«Questo andrebbe detto dagli altri».

Mettiamola così, il Pier Tami dirigente avrebbe assunto il Pier Tami allenatore? E il Pier Tami mister avrebbe fatto giocare il calciatore?
«Sì, indubbiamente. Per quanto riguarda il campo… Diciamo che non ero un grande giocatore, ma ero quel calciatore che tutti gli allenatori schierano. Ero un portatore d'acqua. In una squadra hai bisogno dell'estro, hai bisogno di quello che è bravo a fare gol, quello che è bravo a organizzare. Io ero già un po' l'allenatore in campo: la tattica era il mio punto forte».

Il presente è quella Svizzera che a volte si vede sfuggire qualche talento.
«Guardate, è un tema molto caldo. Se pensate che abbiamo otto squadre nazionali, dalla maggiore fino all'under 15… in queste il 75% dei giocatori ha il doppio o il triplo passaporto. Noi non dobbiamo convincerli. Io non voglio convincere nessuno. Oggi giocare per la Svizzera è vantaggioso per loro, questa è la verità. È anche una questione di opportunità».

Per Tami la Nazionale è stata anche una delusione. Nel 2014, come successore dell’uscente Hitzfeld, l’ASF gli preferì Petkovic.
«So come venivano fatte le scelte all’epoca. Normalmente quando cambi un allenatore è lo sport che deve decidere: deve "indicare" un nome alla politica. In quell’occasione invece successe il contrario. E con questo non sto dicendo che alla fine fu fatto un errore, visto che poi Vlado ha ottenuto grandi risultati. Comunque, per tornare alla domanda: è chiaro che ci fu la delusione per non aver preso la Nazionale maggiore, ma poi mi sono potuto togliere comunque belle soddisfazione con i club. Ho fatto esperienza al Grasshopper e sono stato scelto come miglior allenatore svizzero quando eravamo secondi dietro al Basilea».

Prova che non eri proprio scarso.
«Cito sempre il povero Mondonico, che alla domanda "Quanto peso ha l’allenatore in una squadra?" rispose: "Beh, se è scarso il 100%". L’allenatore deve avere una squadra forte. Poi se è scarso rischia di fare danni. Altrimenti, se è bravo, può arrivare ad avere il 20% del merito».

Il presente di Pier Tami è anche quella Svizzera che si avvicina con ambizione ai Mondiali. Il girone del primo turno sarà abbordabile, si può dire?
«Se voi vedete il calcio oggi e vedete l’equilibrio che c’è… "Ma perché? Il livello è sceso?", mi dicono a volte. No, il livello è aumentato, perché tutte le nazionali, anche quelle piccole, hanno calciatori che giocano in grandi squadre in Europa. E diventano leader e trascinano anche gli altri, facendoli migliorare. Quindi, guardando i nomi, potremmo dire: "La Nazionale è favorita, deve arrivare prima". Deve? No, la Nazionale vuole. Però ci sono gli avversari e, soprattutto, dobbiamo ricordarci da dove siamo partiti. Una volta, quando sorteggiavano la Svizzera, non dico che i rappresentanti delle altre selezioni stappassero le bottiglie, ma erano sicuramente contenti. Oggi non sono contenti quando ci beccano nel loro girone. Noi non dobbiamo fare quell'errore. Dobbiamo avere rispetto. Siamo migliorati dal punto di vista calcistico perché abbiamo ottenuto risultati passando attraverso un'idea di gioco ben precisa. La Svizzera non vince solo, ma convince».

Quel che si può dire è che il torneo americano sarà probabilmente l’ultimo per lo zoccolo duro del gruppo rossocrociato.
«Parlate soprattutto alla fine del percorso di Xhaka?»

Anche Rodriguez…
«A parte che non sono così sicuro che Granit smetterà… Io vedo comunque giocatori capaci. I giovani che arrivano mi lasciano ben sperare, anche a livello di personalità. Sul futuro c’è quindi grande fiducia».

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