Tra frustrazione e controtendenza: «Per lavorare in ospedale devo andare a Milano»

Il racconto di un’infermiera ticinese neodiplomata che, a un anno dalla fine degli studi, non riesce a trovare un impiego: «Mi sento scoraggiata».
LUGANO - «È frustrante non poter mettere in pratica, in un contesto professionale, le nozioni che ho imparato durante gli anni di formazione». A raccontare le difficoltà incontrate una volta terminati gli studi è Martina*, 26 anni, che ha ottenuto lo scorso settembre un Master of Science in Cure infermieristiche presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). «Ho iniziato a inviare i primi curriculum a maggio 2025: le ricerche vanno avanti ormai da quasi un anno senza grandi risultati».
Nel raccontare la sua storia ha preferito mantenere l'anonimato per paura di compromettere il proprio futuro professionale. Per un paio di mesi Martina ha infatti lavorato in uno studio medico, ma alla scadenza il contratto non è stato rinnovato.
Infermieri cercasi, ma tutti trovano un impiego?
La testimonianza di Martina solleva diversi interrogativi. Le sue difficoltà appaiono infatti in controtendenza rispetto ai dati raccolti negli ultimi anni dalla stessa SUPSI. Il fabbisogno di infermieri in Ticino è di fatto diventato cronico e, negli ultimi tempi, gli allarmi legati all’abbandono della professione si sono susseguiti con regolarità. Come interpretare il caso della 26enne ticinese in relazione alla crisi del personale sociosanitario?
«Non so se sia una questione di credibilità, ma non viene data la possibilità di confrontarsi davvero con la professione». La percezione è che, in alcuni settori, vi sia ancora una certa reticenza a dare fiducia ai neolaureati. «Mi sento scoraggiata: da un lato viene richiesta esperienza, dall’altro non viene concessa l’opportunità di acquisirla. È un controsenso».
Casa anziani e studi medici sono spesso visti come un ripiego
Alcuni suoi compagni, trovandosi in una situazione simile, hanno temporaneamente accantonato l’obiettivo dell’ospedale per orientarsi verso altri ambiti, in particolare le case anziani. «Ho inviato il mio curriculum in qualsiasi struttura, ma tranne alcuni contatti non si è concretizzato niente», prosegue Martina. «Lo studio medico è una realtà in cui non ci si confronta davvero con le mansioni infermieristiche: può andare bene per un periodo, ma non sul lungo termine. Anche nelle strutture per gli anziani il discorso è simile: chi conosco non vede l’ora di cambiare».
La frustrazione, unita alla voglia di lavorare - e forse anche a un pizzico di impulsività, tipica della giovane età - ha spinto Martina ad allargare le sue ricerche oltre confine. «Ho inviato il mio curriculum all’Istituto europeo di oncologia (IEO) di Milano. È un ambito molto specifico e non mi aspettavo che la mia candidatura venisse presa in considerazione. Eppure, il giorno dopo aver inviato il CV sono stata contattata e convocata per un colloquio. Da maggio dello scorso anno continuano a cercarmi».
Gli ultimi dati disponibili offrono un quadro diverso
I dati, almeno quelli dello scorso anno, sembrano, come anticipato in apertura, delineare un quadro diverso. «In realtà i risultati emersi dall’ultima indagine, che conduciamo regolarmente a un anno dalla laurea tra i nostri ex studenti e le nostre ex studentesse, sono confortanti con il 94,9% tra loro che ha trovato un impiego», conferma la professoressa Carla Pedrazzani, responsabile del Bachelor in cure infermieristiche della SUPSI.
Una percentuale che si riferisce però al 2024 e quindi agli studenti laureatisi nel 2023. «È chiaro che ogni singolo caso è differente. Le traiettorie di cura dei pazienti però stanno cambiando: osserviamo un netto spostamento dalle cure acute a quelle di lunga degenza e territoriali. Cerchiamo quindi di adeguare la nostra formazione a questa evoluzione e di presentare tutte le prospettive professionali ai nostri studenti e studentesse».
La formazione infermieristica, infatti, non è pensata esclusivamente per il contesto acuto. «Il percorso formativo è strutturato per preparare a diversi ambiti e contesti professionali. Nel contesto acuto, la domanda è fluttuante e potrebbe essere attualmente meno elevata; nei contesti di lungodegenza e sul territorio, dove il fabbisogno è maggiore, è inevitabilmente più facile trovare impiego».
L’ospedale è l’unico contesto a offrire un ambiente professionalmente stimolante?
C’è poi un altro aspetto da considerare: l’andamento temporale. «Ci sono periodi, come settembre, in cui molti studenti e studentesse conseguono il diploma». In Ticino esistono due percorsi formativi: quello universitario della SUPSI e quello del Centro professionale sociosanitario infermieristico (SSSCI). «Ogni anno vengono formati circa 200-240 nuovi infermieri. In primavera, invece, l’offerta è minore e può risultare più facile trovare lavoro. Alcuni studenti magari non trovano impiego subito a settembre, ma questo avviene nei mesi successivi, esiste una certa fluttuazione».
È inoltre importante sottolineare che, per alcune specializzazioni, l’ingresso nel mondo del lavoro deve avvenire in modo graduale. L'ospedale però rappresenta un'ambizione legittima per chi vuole confrontarsi con i casi più complessi e con situazioni professionalmente più sfidanti.
«In contesti altamente specialistici, l’infermiere neolaureato può non essere assunto, perché si tratta di ambienti ad alta complessità che richiedono un po’ di esperienza e percorsi formativi per poter esercitare la professione. La nostra formazione resta comunque fortemente centrata sulla pratica».
Lo studente deve quindi mettere in conto che potrebbe non trovare subito un impiego nel contesto desiderato, ma che questa opportunità può presentarsi dopo qualche mese. Secondo Pedrazzani, anche i contesti di lungodegenza offrono ottime possibilità per esercitare la professione e situazioni di cura complesse. «È importante superare l’idea che solo nell’ambito acuto l’infermiere possa realizzare le proprie aspettative professionali».
*Nome di fantasia, vero nome noto alla redazione



