«Il problema in Ticino non siamo noi frontalieri»

«La Svizzera per noi è preziosa. Ma i nostri diritti, come lavoratori, vanno rispettati», ci dice Lisa Molteni, presidente dell’Unione frontalieri italiani in Svizzera.
«La Svizzera per noi è preziosa. Ma i nostri diritti, come lavoratori, vanno rispettati», ci dice Lisa Molteni, presidente dell’Unione frontalieri italiani in Svizzera.
LUGANO - «In Ticino il problema non sono i frontalieri. Il dumping salariale non nasce da noi, ma da lacune normative e decisionali». Lo sostiene la nostra nuova ospite di TioTalk, Lisa Molteni, presidente dell’Unione frontalieri italiani in Svizzera.
Di recente il sindacato UFIS, costituito solo qualche mese fa, ha fatto parecchio scalpore per aver denunciato il Canton Ticino e l’Italia all’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), citando una serie di violazioni dei diritti fondamentali dei lavoratori frontalieri.
«Noi non siamo contro la Svizzera, nella maniera più assoluta. La Svizzera per noi frontalieri è preziosa. Cerchiamo dignità e lavoro, tutto qua», spiega Molteni. «Svizzera e Italia hanno firmato degli accordi bilaterali e sulla base di questi i diritti dei lavoratori devono essere rispettati. Spaziamo dal telelavoro, alla tassa sulla salute, al welfare, fino ai contratti di lavoro».
«Non vogliamo invadere la Svizzera» - Molti ticinesi, però, di fronte a queste rivendicazioni storcono il naso. «C’è chi dice “Se voi frontalieri non siete contenti potete riconsegnare il permesso G”, ma non è quella la questione. Noi non siamo arrivati qui a dichiarare guerra alla Svizzera, non vogliamo né invaderla né conquistarla. Ma c’è una forte richiesta sul mercato che impone una ricerca di frontalieri».
«Noi rubiamo il lavoro? Non è vero» - Moltissimi ticinesi credono però fortemente nell’idea che i frontalieri ci rubino il lavoro: «È una lettura molto semplicistica e non corrisponde alla realtà dei fatti», sostiene Molteni. «Il mercato del lavoro oggi è integrato (ovvero tutti i lavoratori partecipano allo stesso mercato, con pari opportunità ndr.) e non si può parlare di disparità».
E, per quanto riguarda il dumping salariale: «Il problema non è la presenza di frontalieri, ma è l’assenza di politiche che siano capaci di governare questa integrazione in modo equo e sostenibile, senza scaricare tensioni sul lavoratore. Non esistono lavoratori di serie A, serie B, serie C,...».
«Sul lavoro contano le competenze, non la provenienza» - Nelle aziende ticinesi, ad ogni modo, l’intreccio tra dipendenti locali e frontalieri è ormai una costante. «I rapporti sul posto di lavoro sono ben diversi da come vengono raccontati nei dibattiti politici», afferma Molteni. «Nella stragrande maggioranza dei casi sono sereni, collaborativi e c’è rispetto reciproco. Io lavoro in una grande azienda, siamo più di 130 dipendenti tra italiani e svizzeri, e non conta la provenienza, ma le competenze, la professionalità, l'affidabilità e l’etica. I conflitti nascono da tensioni esterne, alimentate da narrazioni politiche che semplificano e dividono».
Strade allo stremo, «ma i mezzi pubblici non sono efficienti» - L’elevato numero di frontalieri presente nel nostro cantone fa però sì che le strade ticinesi siano ultra trafficate. E il nostro territorio, a livello di inquinamento e di usura delle infrastrutture, ne risente. Perché la stragrande maggioranza dei frontalieri non utilizza il treno? «Ritardi, soppressioni e guasti frequenti creano grande insicurezza nei lavoratori. E per un frontaliere arrivare al lavoro in ritardo può significare rischiare di perdere il posto o incappare in sanzioni disciplinari…per una problematica che non è legata alla sua volontà. Quindi finché non ci sarà un sistema di trasporto pubblico puntuale e realmente efficiente che possa garantire il passaggio del lavoratore tra Italia e Svizzera, ahimè, l’auto resterà una scelta obbligata».
Certo, non è che la A2, negli orari di punta, dia grandi garanzie… «È vero. Sul lato italiano le infrastrutture sono un disastro e serve un cambio di passo», commenta Molteni.
«L'attrattiva c'è, ma è calata molto» - Ma oggi essere frontalieri in Ticino conviene ancora? «L’attrattiva c’è e il salario che ci offre la Svizzera sicuramente non è quello che offre l’Italia. Va detto però che questa attrattiva è diminuita in maniera molto sensibile con l’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia, che ha creato un’incertezza senza precedenti».
Da luglio 2023, infatti, i cosiddetti "nuovi frontalieri" devono sottostare all’imposizione sia in Italia che in Svizzera e sono svantaggiati rispetto ai "vecchi frontalieri", che continuano a mantenere l’imposizione esclusiva in Svizzera. «Le difficoltà sono ancora più importanti per chi vive fuori dalla bretella di comuni di frontiera stilata nel quadro del nuovo accordo», rimarca infine Molteni.





