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LUGANO
09.11.2020 - 20:460
Aggiornamento : 10.11.2020 - 09:11

«Come faccio a farlo tornare in ufficio se è ancora positivo?»

Aziende in apprensione. Un malato di Covid non deve rifare il test per rientrare al lavoro. Ecco un caso particolare.

«Dopo la quarantena possono restare tracce di virus innocue», dice l'infettivologo Christian Garzoni. Intanto c'è chi esplicitamente limita pure la vita intima dei propri dipendenti. Confusione anche tra i disoccupati.

LUGANO - Avete preso il Covid-19? Vi tocca fare almeno dieci giorni di quarantena. Poi, se per ulteriori 48 ore non presentate sintomi, potete tornare al lavoro. Più o meno la stessa cosa accade se siete entrati in contatto con una persona positiva al nuovo coronavirus. Il comune denominatore sta nel fatto che le direttive cantonali e federali non impongono alcun tampone per rientrare a lavorare. 

O bianco o nero – Il sistema di reinserimento professionale messo in piedi dalle autorità inizia a fare storcere il naso ai datori di lavoro. Diversi quelli che impongono il tampone ai propri dipendenti. A spese del singolo collaboratore. «Il medico – sostiene un imprenditore del Luganese – ti dice che puoi tornare a lavorare appena stai meglio. Basta che rispetti le direttive sulla quarantena.  Ebbene, un mio dipendente si è ammalato di Covid. Dopo 12 giorni, secondo il Cantone, avrei potuto farlo tornare in azienda. Non mi sono fidato e gli ho imposto un nuovo test, a sue spese. Risultato? Di nuovo positivo. Come faccio a farlo tornare? Qualcuno me lo dica. Al momento gli ho chiesto di optare per lo smart working». 

Piccole tracce innocue – Alla luce del caso in questione (che non è isolato), dopo un Covid, sarebbe dunque il caso di ritestare chiunque si appresti a rientrare su un posto di lavoro? Una scelta senza senso, secondo Christian Garzoni, specialista in malattie infettive. «Il tampone dopo un Covid resta ogni tanto positivo a lungo. Spesso non perché è rimasto virus vivo, ma perché ci sono ancora piccole tracce innocue. Non serve alcun tampone prima di tornare a lavorare. Così si rischia di lasciare a casa persone a lungo, senza ragione».

Decisioni individuali – La Svizzera ha scelto questa via. Considerando che un tampone di nuovo positivo non per forza equivale a un rischio di contagio. «La quarantena e l’isolamento finiscono sulla base della durata e della fine dei sintomi, non serve alcun tampone negativo. Il datore di lavoro può comunque prendere decisioni individuali, ma occorre sapere che non ci sono né basi legali né fondamenta scientifiche per farlo. Gli esperti lo sconsigliano. Si tratta di un’inutile perdita di soldi e di un inutile sovraccarico del sistema che esegue tamponi».

Auto censura – Il nuovo coronavirus, con la sua tremenda ondata autunnale, sta facendo tremare molti proprietari d’azienda. Si assiste a un fenomeno piuttosto emblematico e paradossale. Alcuni dipendenti, pur di non rischiare di contagiare i colleghi, si auto censurano e rinunciano a qualsiasi sprazzo di vita sociale. «Anche a semplici passeggiate», come conferma un impiegato del Mendrisiotto. 

Ci si spinge anche nel campo dell’intimità – Alcuni datori di lavoro, nel panico, arrivano addirittura a chiedere rinunce "intime" al dipendente. «Lavoro nel sociale – racconta un giovane del Locarnese –, sono single. E mi hanno fatto notare esplicitamente che è meglio che, in questo periodo, eviti incontri con nuove ragazze che non conosco. È stato detto anche ai miei colleghi». 

La vita privata non si può toccare – Garzoni anche su questo ha una posizione netta. «Un datore di lavoro non può chiedere una cosa del genere. Può fare appello come tutti alla responsabilità del singolo. Ma la vita privata resta vita privata. Tra l’altro, allo stato attuale delle cose, anche cenando con un normale amico, potrebbe esserci il rischio di contagio. È un virus con cui dobbiamo imparare a convivere. Serve responsabilità ovviamente. Ma serve anche più serenità, su tutti i fronti».
 

Il caso della disoccupata in attesa del tampone

Caos anche tra i disoccupati. Ai tempi del Covid, si sa, trovare lavoro è più difficile. Tra colloqui annullati e posizioni soppresse, la vita di chi è senza impiego è ancora più dura. Come se non bastasse, a una 30enne disoccupata del Luganese accade questo: «Settimana scorsa mi hanno fissato un colloquio con una consulente dell’Ufficio regionale di collocamento. Sabato ho iniziato ad avere i primi sintomi da Covid-19. Così lunedì ho chiamato il mio medico di base per farmi organizzare un appuntamento per il tampone. Nel frattempo, ho chiamato la disoccupazione, ho spiegato che avrei dovuto probabilmente annullare l’appuntamento a causa del Covid. La consulente mi ha detto che mi sarei dovuta presentare ugualmente, non avendo un certificato del medico. Quando le ho spiegato di avere dei sintomi, mi ha chiesto il certificato medico. Paradossale. Ma come faccio a portare un certificato medico se non ho ancora l’esito del tampone e soprattutto se non posso uscire di casa?»

 


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