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22.10.2020 - 16:370

Il limbo degli agenti di sicurezza: «Chiedete agli italiani»

Il consigliere di Stato invita le agenzie di sicurezza e investigative a fare pressione sulle autorità italiane

Da alcuni mesi il Cantone non rilascia più le autorizzazioni ai cittadini italiani non potendo più effettuare tutte le verifiche di "buona condotta". Lo stallo nasce dalla mancata condivisione dei dati delle banche dati di polizia.

BELLINZONA - «La possibilità di risolvere lo stallo è completamente nelle mani delle Autorità italiane». È uno dei passaggi chiave della lettera inviata oggi da Norman Gobbi alle agenzie di sicurezza e di investigazione. Un invio tramite il quale il direttore del Dipartimento delle Istituzioni si smarca dall’accusa di non fare abbastanza per sbloccare il rilascio delle autorizzazioni ai numerosi “securini” italiani che rischiano concretamente di non poter più lavorare in Ticino.

Non basta il casellario - Bersagliato dalle critiche delle persone toccate dal mancato rilascio, ma anche dei sindacati che le rappresentano, il presidente del Governo rimpalla le colpe oltrefrontiera. Non è una novità, ma con la comunicazione odierna Gobbi ripercorre i passi compiuti dai suoi collaboratori per risolvere lo stallo, rispettivamente ottenere i documenti che attestano la “buona condotta” di chi svolge attività private di investigazione e sorveglianza. Un controllo, ricorda il direttore del DI, che non si limita all’estratto del casellario giudiziale, ma passa anche dalle «banche dati di polizia, relative a precedenti o a procedure amministrative e/o penali in corso».

La prassi interrotta - Se con i cittadini svizzeri il problema non si pone, in quanto le informazioni sono in possesso del Servizio armi, esplosivi e sicurezza privata, con gli italiani (residenti in Italia o in Svizzera da meno di 5 anni), si è entrati in un cul-de-sac: «Fino ad alcuni mesi fa, la preziosa e apprezzata collaborazione del Centro di cooperazione di Polizia e Doganale di Chiasso (CCPD), ci permetteva di accedere a dette informazioni. Dall'inizio dell'anno non riceviamo più queste informazioni. Tale cambio di prassi è legato a un'interpretazione sui limiti dell'Accordo internazionale in vigore» scrive il consigliere di Stato. 

Le banche dati di polizia - La delicatezza della professione, ma anche le vicende più o meno recenti, Gobbi cita il caso Argo1, mostrerebbero l’importanza di tali controlli: «L'esperienza (ancora recente) ci insegna che, purtroppo, informazioni imprescindibili per la verifica del requisito della buona condotta non sono contenute ne nell'estratto del casellario giudiziale italiano, ne nel certificato dei "carichi pendenti", ma solo nelle banche dati di polizia». Non procedere con tali verifiche, secondo il consigliere di Stato, «esporrebbe i cittadini a un inutile rischio accresciuto».

I passi compiuti - Per uscire dal vicolo cieco, Gobbi ricorda i passi intrapresi: «Dopo la comunicazione della loro decisione unilaterale, ebbe luogo già a febbraio scorso un incontro con la dirigenza italiana del CCPD, allo scopo di sensibilizzarli sulle conseguenze della loro decisione, senza purtroppo giungere a una soluzione». La mossa seguente, da parte ticinese, è stata avviare trattative direttamente con le Questure, «giungendo pure a proporre loro un formulario da compilare».

Palla alle Questure - Ad oggi, sottolinea Gobbi, «tutte queste iniziative non hanno ricevuto un riscontro concreto e si è in attesa di una presa di posizione formale da parte delle Questure. In sostanza, allo stato attuale, la possibilità di risolvere lo stallo è, completamente, nelle mani delle Autorità italiane e delle Questure di Como, Varese e Verbano-Cusio-Ossola in particolare». Da qui l’invito a dirottare altrove le rimostranze: «Non posso che invitarvi - scrive rivolto alle agenzie di sicurezza e investigative - a concentrare gli sforzi, unitamente a quanto da noi già fatto, presso le Autorità italiane allo scopo di risolvere il più celermente possibile la situazione».

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