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CANTONE
25.10.2019 - 06:310
Aggiornamento : 10:15

«Gobbi rilancia la politica della paura»

Il Collettivo R-Esistiamo sul caso di Mark: «Si arriva volutamente a spezzare una vita di un ragazzo minorenne e della sua famiglia»

LUGANO - Non le manda certo a dire il Collettivo R-Esistiamo che, sul caso del rimpatrio di Mark, lo studente del CSIA di Lugano, punta il dito contro Gobbi, il suo dipartimento e la politica della Lega tutta. Invitando a manifestare a Berna, sabato 9 novembre, contro le politiche migratorie svizzere (viaggio collettivo organizzato dal Ticino, info: r-esistiamo@riseup.net), il Collettivo snocciola tutto il suo pensiero su quanto accaduto con il giovane ucraino in una lettera aperta che riportiamo qui di seguito integralmente: 

Più chiaro di così non poteva essere: “che la Lega torni ai suoi cavalli di battaglia, sicurezza e immigrazione.” Dopo la nuova bastonata elettorale, il Consigliere di Stato Norman Gobbi rilancia la politica della paura, appellandosi a quei temi che hanno fatto la fortuna sua e dei suoi consimili e senza i quali probabilmente non avrebbero motivo di esistere. E tutti vivremmo almeno un po’ meglio.

Vivrebbe sicuramente “meglio” Mark, studente della CSIA di Lugano, deportato ieri mattina all’alba da un cospicuo contingente di polizia, dietro ordine della SEM. I topi fuoriescono all’alba ed ecco che stamattina presto presto, nonostante le proteste e il tentativo di blocco di numerose studentesse e studenti della CSIA, amici e solidali, la logica perversa delle deportazioni continua e Mark e la sua famiglia vengono deportati verso Zurigo, per essere rimandati verso Kiev da dove erano scappati.

La deportazione come visione del mondo. Quando si arriva volutamente a togliere di mezzo, a spezzare una vita di un ragazzo minorenne e della sua famiglia – come d’altronde era già stato fatto nel passato con i casi di Arlind e Yasin - è l’esempio pratico della disumanità di un sistema i cui cardini sono retti sull’uso sistematico della violenza e della coercizione come risoluzione dei “conflitti”. Non entriamo nel merito se “una vita integrata” vale più o meno di altre vite, in quanto la libertà di movimento, di restare e di vivere è una sola e dev’essere per tutte e tutti. Perché la natura di tali politiche è sempre la stessa: quella dell’annientamento, dell’isolamento, della guerra, del trauma. Ossia il diritto divino di chi stabilisce chi può vivere e chi no. Necropolitiche o politiche della morte: là dove esistono esseri superiori con dei “diritti” (chi più, chi meno) ed esseri inferiori - spazzatura, liquidità inutile - da prendere, deportare, rinchiudere, annegare, bloccare.

Vivrebbe sicuramente meglio anche Djamal. Quarantacinque anni, da 16 in Ticino, algerino. Negli anni rinchiuso nel bunker di Camorino in condizioni disastrose (malattia, depressione) e imbottito di psicofarmaci. Improvvisamente portato alla Stampa per poi essere deportato, settimana scorsa, da una decina di uomini di nero vestiti, non identificabili, ammanettato e trattato come un sacco dell’immondizia. Djamal, in un gioco dell’assurdo e dell’incredibile, viene portato all’aeroporto di Agno (già, sembra che per qualcosa questo scalo funzioni), sotto scorta, e fatto volare su un aereo militare (!), atterrato a Ginevra e messo su un volo di linea, con poliziotti svizzeri, scesi anch’essi ad Algeri nonostante i tanto vituperati confini nazionali. E chi se ne frega se per essere rimpatriato in Algeria devi essere volontario e dare il tuo consenso.

Vivrebbero un’altra vita la donna eritrea e i suoi due bambini, di cui uno epilettico e sulla sedia a rotelle prelevati al centro di Cadro e rinviati a Brindisi. Identica sorte per la donna azera e i suoi due bambini, di 4 e 8 anni, prelevati all’alba dalla pensione alla Santa di Viganello. O chissà cosa potrebbe raccontare Desmond, ragazzo nigeriano, ucciso immobilizzato e sedato, qualche anno fa, durante un tentativo di deportazione a Zurigo.

Poco importa se in un bunker, in una pensione, in un centro federale o cantonale: di deportazioni si muore, si perdono le poche certezze, si ripiomba in uno dei tanti inferni creato dai saccheggi dell’occidente. Già perché, secondo i dati della stessa SEM, pubblicati un anno fa dal settimanale il Caffé, erano 4.014 le persone in Svizzera che attendevano di essere rimpatriate o rinviate in un altro paese.

Di queste 55 si trovavano in Ticino. Nel 2017 erano invece 6.689 le persone resesi irreperibili, mentre quelle “accompagnate” all’estero 5.164. E per 287 si era resa necessario la deportazione forzata. Su per giù “ogni maledetto giorno”.

Mark, Djamal, la famiglia eritrea e quella azera, Desmond. Alcuni dei tanti esempi avvenuti nell’invisibilità e nella quotidianità di vite sospese. E, al di là della volontarietà o meno e dell’emotività e degli imprescindibili legami personali e fraterni, è un intero sistema a dover essere decostruito sin dalla sue fondamenta.

Un sistema che si regge e si arricchisce proprio su guerre, produzione e vendita di armi, barconi sul mediterraneo, dominio, saccheggi e devastazioni di paesi, territori e popolazioni. E che senza questi “elementi” non sopravviverebbe. A mettere uno dei primi “like” all’intervento armato turco contro il Confederalismo Democratico in Rojava, fu quello stesso NormanGobbi, ben conscio che la mattanza dell’esercito turco, con il beneplacito delle maggiori potenze occidentali, nient’altro avrebbe causato che l’ennesimo disastro umano all’origine di ulteriori esodi di popolazioni che permetteranno di riurlare di muri alle frontiere, di eserciti a presidiarle, di bunker e di “prigioni” - ora desolatamente vuote - dove rinchiuderli.

Un gioco semplice. La produzione di “profughi” e la creazione della struttura economica in grado di gestirli, respingerli, deportarli, arricchirsi. Un gioco che però presto potrebbe anche scappare di mano.

E se non sarà per la solidarietà e la complicità con chi si mette in viaggio o con chi è rimandato, come succede oggi con Mark, sarà perché ben presto – “tranne noi.. noi gli eterni invasi… noi asserragliati nelle nostre riserve di caccia, nei nostri ghetti, (…), noi aggrappati come Arpagone a un oro di cartapesta” - non ci saranno più “cittadini” ma solo “rifugiati”.

Una popolazione rimpiazzata da una popolazione di profughi, ciascuno nel paese dell’altro, ciascuno in fuga dal proprio, tutti senza case e senza documenti, senza diritti o mezzi di sostentamento.

Sarà forse lì, quel giorno, che forse finiremo per invidiare i fuggiaschi, che almeno hanno il mondo davanti agli occhi.

Perché al di là dei proclami e dei comunicati è solo la solidarietà attiva di chi lotta contro l’industria della guerra, delle deportazioni e dei respingimenti, a poter fermare tali politiche di morte!

Basta deportazioni.
Chiusura del bunker di Camorino.
Libertà di movimento e di installazione per tutte e tutti.
No frontiere.

 

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Ultimo aggiornamento: 2021-10-21 14:22:40 | 91.208.130.85