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Studenti in protesta stamattina alla stazione FFS di Lugano contro i rimpatri forzati, in particolare quello di Mark.
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24.10.2019 - 16:310
Aggiornamento : 02.01.2020 - 10:23

Mark e i suoi genitori sono in volo verso Kiev

L’avvocato della famiglia ha inoltrato un ricorso alla Commissione dei diritti dell’infanzia. Nel frattempo si sta muovendo la comunità dei Testimoni di Geova

LUGANO - La speranza degli studenti del CSIA che il volo in partenza questa mattina da Zurigo verso l’Ucraina fosse decollato senza il loro compagno Mark e i suoi genitori a bordo si è spenta. «Sono atterrati a Varsavia», spiega raggiunta al telefono da tio/20minuti l’avvocato della famiglia, Immacolata Iglio Rezzonico. «Sono stati messi su un altro aereo e arriveranno a Kiev alle 17.30».

Un ricorso pendente - Il volo di rimpatrio forzato è effettivamente partito in ritardo da Zurigo. «Non sono a conoscenza del motivo, non so se hanno fatto qualcosa per impedirne il decollo». Ma è partito. E a nulla è valsa la manifestazione degli studenti del CSIA, compagni di Mark, ieri davanti al carcere e oggi a Lugano e Bellinzona. Neppure il ricorso inoltrato dall’avvocato alla Commissione dei diritti dell’infanzia ha bloccato il decollo. «Se la Commissione dovesse accogliere le motivazioni, la Svizzera dovrà farli tornare indietro. Sarebbe a quel punto la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) a dover prendere contatto con le autorità di Kiev per portarli in aeroporto e farli tornare qui».

Il papà è malato - Ma cosa accadrà quando atterreranno a Kiev? «In teoria, considerato che arrivano con un volo medico a causa delle condizioni di salute del padre di Mark, dovrebbe essere stato previsto un accompagnamento. Ma questo non sempre avviene». L'uomo anche ieri era stato ospedalizzato a causa del suo stato di salute.

Perché sono scappati - Mark, studente 19enne del CSIA, è un artista. La famiglia è Testimone di Geova, una minoranza religiosa in Ucraina. Provengono dal Donbass, campo di battaglia tra l’esercito ucraino e truppe separatiste filorusse. Lì la guerra è iniziata nel 2014. E lì Mark ha ricevuto minacce di morte nella scuola che frequentava. «È un ragazzo molto alternativo, sensibile, contrario alle armi - spiega l’avvocato -. Lo avevano preso di mira. “Se ti fai rivedere ti uccidiamo”, gli avevano detto». Anche per questo nel 2015 sono venuti in Ticino.

Il fermo e il ripatrio - Ma la SEM martedì ha rifiutato definitivamente di accordare l’asilo politico alla famiglia. Non avendo rispettato il termine di partenza, rifiutandosi di lasciare la Svizzera, è scattato il fermo amministrativo e sono stati portati a La Stampa. Fino a stamattina presto.

Cosa succederà - Il pericolo ora sono le ripercussioni in Ucraina per la famiglia. «C’è anche il rischio, però, che Mark faccia un gesto estremo - confessa l’avvocato Iglio Rezzonico -. Ha una situazione psicologica molto fragile. Ha subito molte minacce di morte lì. Qui c’è anche la sua ragazza. Sono insieme da due anni, ma non hanno potuto sposarsi perché lui non è in possesso di un documento regolare per restare in Svizzera».

Si muove la comunità religiosa - L’avvocato, oggi, non è ancora riuscita a sentire la famiglia. «Non c’è linea. La polizia mi ha detto che non avevano il telefono. Gliel’hanno ridato quando sono saliti sull’aereo. Ma ovviamente in volo devono tenerlo spento». Nell’attesa che si muova la Commissione dei diritti dell’infanzia, c’è una sola cosa che rincuora la legale: «Ora si sta muovendo la comunità dei Testimoni di Geova per capire se è possibile fare qualcosa».

«Stop ai metodi coercitivi» - Di fronte «all'ennesima disumana ed arbitraria deportazione di una persona dal nostro Cantone», il Partito Operaio Popolare - in una nota stampa - condanna la decisione della Segreteria di Stato della Migrazione ed esprime solidarietà con la lotta portata avanti dai compagni di scuola e amici.

Ad indignare il Pop è la privazione del diritto allo studio del ragazzo e più in generale i metodi coercitivi con cui le persone richiedenti d'asilo vengono «sistematicamente» trattate, «violando la loro dignità e criminalizzando il semplice fatto di essere alla ricerca di migliori condizioni di vita».

 

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