«Non siete al sicuro»: le minacce del regime iraniano arrivano fino in Svizzera

Telefonate minatorie, sorveglianza e pressioni sulle famiglie: gli oppositori in esilio parlano di un’escalation della repressione
Telefonate minatorie, sorveglianza e pressioni sulle famiglie: gli oppositori in esilio parlano di un’escalation della repressione
BERNA - Amici di Saman (nome di fantasia), che in esilio hanno partecipato a manifestazioni contro il regime dei talebani, hanno ricevuto telefonate minatorie. Gli interlocutori conoscevano gli indirizzi dei loro familiari e descrivevano nei dettagli possibili atti di violenza. Il dissidente, che vive in Svizzera, parla di sorveglianza, pressioni sulle famiglie e intimidazioni sempre più pesanti da parte della Repubblica Islamica. «È un nuovo livello di escalation», afferma. Nonostante la tregua temporanea nella guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, molti iraniani in esilio continuano a vivere nella paura.
«Il regime è diventato aggressivo»
Secondo Saman, il regime aveva già usato in passato le famiglie come strumento di pressione, convocando parenti e invitandoli a far tacere gli attivisti. Tuttavia, non aveva mai assistito prima a minacce dirette rivolte dall’estero, con riferimenti concreti a possibili ritorsioni contro i familiari. Per lui è il segno di un atteggiamento sempre più aggressivo.
Particolarmente vulnerabili sarebbero gli iraniani con status di rifugiato. In alcune telefonate sarebbe stato sottolineato che nemmeno la protezione ottenuta in Europa garantisce sicurezza. «Gli europei si interessano più ai soldi che a tutto il resto. Vi faremo rimpatriare in Iran», avrebbe detto una delle persone al telefono, secondo il racconto di Saman.
Manifestanti sotto osservazione
Le pressioni, aggiunge, colpiscono sempre più anche la sfera economica. Diversi suoi conoscenti in Iran si sarebbero visti congelare i conti bancari. Non è chiaro se il provvedimento riguardi specificamente persone critiche verso il regime o più in generale membri della diaspora iraniana.
Già alla fine del 2023 la Società svizzera di aiuto ai rifugiati aveva segnalato che manifestanti iraniani in Svizzera sono sorvegliati. Citando il Servizio delle attività informative della Confederazione (NDB), il rapporto indicava come «alta» la probabilità che oppositori e critici del regime vengano monitorati anche all’estero. Secondo il servizio segreto iraniano, l’obiettivo sarebbe controllare la diaspora e gli oppositori politici.
«Non ci si può fidare di nessuno»
Saman racconta che il clima all’interno del movimento “Woman, Life, Freedom” è cambiato profondamente: «Prima c’era molta più fiducia. Oggi è diventato difficile sapere di chi fidarsi».
Nel frattempo, come riportato dalla NZZ, il regime iraniano ha lanciato la campagna “Janfada” (“Sacrifico la mia vita”) per rafforzare la propria influenza internazionale. Diffusa anche tramite le ambasciate iraniane, compresa quella in Svizzera, l’iniziativa punta a mobilitare sostenitori della Repubblica Islamica in tutto il mondo. Le autorità parlano di 26 milioni di adesioni, cifra che però non può essere verificata.
I critici temono che la campagna serva anche a raccogliere informazioni e creare reti filo-regime all’estero. «Il pericolo viene sottovalutato», conclude Saman.







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