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SVIZZERA

«Molti desiderano il cambiamento, ma temono di perdere il proprio benessere»

Tra pessimismo e speranza: come i cittadini svizzeri vedono il futuro secondo lo studio di Andreas Krafft.
MR-GEWA/DEPOSIT
«Molti desiderano il cambiamento, ma temono di perdere il proprio benessere»
Tra pessimismo e speranza: come i cittadini svizzeri vedono il futuro secondo lo studio di Andreas Krafft.

ZURIGO - Per svizzere e svizzeri il futuro appare piuttosto cupo. Ma cosa si cela dietro questo pessimismo diffuso e perché, malgrado tutto, ci sono anche motivi di speranza? Lo abbiamo chiesto ad Andreas Krafftt, autore dello studio e futurologo.

Signor Krafft, a livello globale il 2025 è stato un anno segnato da crisi. Eppure, in Svizzera il benessere personale è aumentato. Come si spiega questa apparente contraddizione?
«Nel confronto internazionale, la Svizzera rimane una sorta di isola di stabilità. Basta guardare oltre confine per rendersi conto che il clima in molti Paesi è decisamente più cupo. Qui, invece, molte persone si sentono ancora protette, dal punto di vista economico, sociale e istituzionale. Questo spiega l’alto livello di benessere individuale. Il rischio, però, è che questa stabilità si trasformi in immobilismo: un atteggiamento attendista che finisce per frenare riforme e sviluppi necessari».

Nel lungo periodo prevalgono visioni molto pessimistiche del futuro. Che cosa spaventa di più le persone?
«Soprattutto le dinamiche globali: l’aumento dei conflitti, l’instabilità politica, le malattie, la distruzione dell’ambiente. Molti non credono più che il progresso economico e tecnologico possa risolvere automaticamente questi problemi, anzi. Spesso viene percepito come una delle cause principali delle crisi attuali, dalle conseguenze ambientali ai problemi di salute. È ormai diffusa la consapevolezza che un “continuare come prima” non sia più sostenibile. Allo stesso tempo, però, manca una visione chiara e condivisa di come potrebbe essere un futuro migliore. Ed è proprio questa incertezza a generare paura».

Lo studio mostra anche una forte tensione: si chiedono cambiamenti, ma si è poco disposti a modificare il proprio stile di vita.
«Esatto, ed è uno dei nodi centrali. Molti auspicano riforme importanti – nell’istruzione, nel sistema sanitario, nelle infrastrutture – e se le aspettano dallo Stato o dalla società nel suo complesso. Allo stesso tempo, però, la disponibilità a fare rinunce personali, ad esempio nei consumi o nell’alimentazione, resta limitata. Alla base c’è spesso il timore che il proprio benessere, già percepito come sotto pressione, possa ridursi ulteriormente».

Perché i giovani risultano molto più sfiduciati rispetto alle persone anziane?
«Gli anziani hanno più esperienza di vita e hanno già attraversato crisi profonde, riuscendo a superarle. Questo li rende meno inclini a una visione catastrofica del futuro. I giovani, invece, crescono in un contesto di crisi quasi permanente: cambiamento climatico, guerre, incertezza economica. A ciò si aggiunge un forte pressione nelle fasi di formazione e all’ingresso nel mondo del lavoro, mentre le prospettive di miglioramento appaiono più limitate rispetto al passato. Anche impegnandosi molto, obiettivi come una casa, sicurezza finanziaria o mobilità sociale sembrano meno raggiungibili. Tutto questo erode la speranza».

Il cambiamento climatico sembra passare un po’ in secondo piano. È un segnale preoccupante?
«Sì, lo è. Le crisi acute tendono a oscurare i rischi di lungo periodo. Inoltre, si osserva una certa stanchezza: il tema ambientale è presente nel dibattito pubblico da decenni, senza che molti abbiano percepito miglioramenti concreti. La fiducia nella politica e nell’economia è bassa e, allo stesso tempo, molti evitano cambiamenti personali che risultano scomodi. A livello razionale sappiamo che questo atteggiamento è problematico, ma a livello emotivo tendiamo a rimuovere le conseguenze».

In conclusione, i risultati sono più allarmanti od offrono motivi di speranza?
«Direi entrambi. Sarebbe davvero preoccupante se prevalessero indifferenza o rassegnazione totale – ma non è ciò che osserviamo. Molte persone sono ancora fondamentalmente soddisfatte e nutrono speranza, pur avendo compreso che un cambiamento è necessario. Questa combinazione è preziosa. Speranza non significa credere ingenuamente che tutto andrà bene, ma restare capaci di agire anche in tempi difficili. Ora la sfida è trasformare questo potenziale in azione concreta: meno pensiero in bianco e nero, più collaborazione tra politica, economia e società civile. Perché senza speranza non c’è azione e senza azione non c’è cambiamento».

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