Krister Cantoni, un tuffo nel passato: «Gli scherzi telefonici durante la finale e le ciabatte incollate dal Gazza»

Il 53enne ex giocatore di Lugano e Ambrì si racconta: «I due titoli? Entrambi speciali. Il mio trasferimento ad Ambrì? In quel momento era la cosa giusta».
Il 53enne ex giocatore di Lugano e Ambrì si racconta: «I due titoli? Entrambi speciali. Il mio trasferimento ad Ambrì? In quel momento era la cosa giusta».
BÜLACH - Simpatico, genuino, alla mano e sempre con la battuta pronta. Krister Cantoni è un volto conosciutissimo dell'hockey ticinese e ha scritto, sia a Lugano che ad Ambrì, delle pagine di storia indimenticabili. Nato da padre ticinese e mamma finlandese, il 52enne ha avuto l'onore di conquistare due titoli nazionali, entrambi in bianconero, nel 2003 e nel 2006. Ha però vissuto anche una grande delusione, perdendo la finale tutta ticinese del 1999 quando difendeva la maglia leventinese.
Oggi l'ex braccio destro di Luca Gianinazzi sulla panchina bianconera allena il Bülach in MyHockey League, club nel quale funge anche da responsabile della U21, U18 e U16 .«Devo dire che a Bülach mi trovo molto bene, l'ambiente è ottimo. È stata davvero una sorpresa positiva...».
Facciamo decisamente un po' di passi indietro... Come ti sei avvicinato all'hockey da bambino?
«A tre anni, quando ancora ghiacciava, andavo a pattinare sul lago di Muzzano. Mi sembra che all'epoca i miei genitori - che non avevano alcun legame con lo sport - videro un articolo di giornale inerente la Scuola Hockey. È così che tutto iniziò...».
Non c'è mai stato mai un momento in cui hai pensato di mollare?
«Sinceramente no, da bambino andavo sempre volentieri agli allenamenti. Forse solo durante i due anni a Herisau, fra il '94 e il '96, mi ero detto che se non fossi riuscito a emergere avrei potuto considerare il ritiro. Ma non perché l'hockey mi avesse stufato».
Come hai vissuto la finale tutta ticinese?
«In modo molto tranquillo. Mi ricordo solo che in quei giorni c'erano diversi scherzi telefonici sul fisso, soprattutto prima delle partite. Ma niente di grave, faceva parte del gioco... In generale nutro un gran ricordo di una bellissima festa per l'hockey ticinese».
E la tua famiglia come ha vissuto il trasferimento ad Ambrì?
«Ero reduce da un anno nell'allora NLA a La Chaux-de-Fonds quando l'Ambrì mi aveva contattato. La notizia era uscita sui giornali, dopodiché mi aveva contattato anche il Lugano. Alla fine avevo optato per i biancoblù perché a Lugano c'era una squadra davvero forte e difficilmente avrei trovato spazio. Mi ero detto che sarebbe stata una buona possibilità per il definitivo salto di qualità visto che avevo 23 anni. Una decisione che non rinnego...».
TiPressDei due titoli vinti, qual è stato il più speciale?
«Sicuramente quello del 2003 è stato speciale perché era il primo e l'ho vinto immediatamente dopo il mio ritorno a Lugano. Ma anche il secondo è stato speciale visto com'erano partiti i playoff, nei quali eravamo sotto 3-0 nella serie dei quarti».
Com'è nato il soprannome "Zio"?
«Era nato ad Ambrì perché io chiamavo tutti Zio, ma alla fine lo Zio sono diventato io...».
C'è qualche "ziata" che hai fatto a un tuo compagno? O che ti hanno fatto?
«Diciamo che ne abbiamo combinate parecchie, ma me ne ricordo una divertente che mi hanno fatto quando ero ad Ambrì. Avevo delle ciabatte da doccia che per me erano una sorta di portafortuna... Le tenevo sempre sulla mia panchina pronte all'uso. Una volta il Gazza (Ivan Gazzaroli, ndr) aveva pensato bene di incollarmele con il Cementit, al punto che ho dovuto buttarle via».
Sei una persona giocosa, divertente e sempre pronto alla battuta, elementi tipici della persona latina... Cos'hai preso invece dalla mamma finlandese?
«Forse ciò che apprezzo di più della Finlandia è che le persone trascorrono tanto tempo all'aria aperta. I bambini sin da piccoli li fanno stare il più possibile fuori di casa. Da questo punto di vista c'è una mentalità un po' diversa rispetto a qui... Nei due anni in cui avevamo vissuto lì abitavo sul mare e spesso andavamo a pescare. Anche d'inverno mi mettevano sotto la neve quando ero nel passeggino. In Ticino avrebbero chiamato la polizia...».
Tuo papà, alla Resega, era l'addetto all'accensione della luce rossa quando c'era un gol. Che ricordi hai di questa cosa?
«Ai tempi non c'era ancora il plexiglas e il pubblico era praticamente attaccato al ghiaccio. Lui era dentro questo scatolone di legno e lo guardavo... Mi ricordo in un Lugano-Kloten che c'era stato un gol ma mio papà non aveva acceso la luce rossa in quanto Alfio Molina era stato così veloce a togliere il disco dalla porta che praticamente nessuno si era accorto della rete. Il giocatore che aveva segnato si era rivolto verso mio papà dicendogli di svegliarsi».
C'è un ultimo aneddoto che vuoi raccontarci della tua carriera?
«Ce ne sarebbero tanti ma ve ne racconto uno su Paul Di Pietro, un pazzo fenomenale. Eravamo in aeroporto per andare a giocare a Kosice la Continental Cup e, al controllo dei passaporti, ha tirato fuori una dentiera finta con i denti che gli spuntavano fuori e una parrucca con i capelli finti. Alla fine, fra le risate, lo hanno fatto passare, chiedendogli però di togliersi la dentiera e la parrucca».




