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Lorenzo Onderka

Salario minimo: dietro i numeri ci sono persone

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Lorenzo Onderka
Fonte Lorenzo Onderka
Salario minimo: dietro i numeri ci sono persone
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro

PURA - Quando si parla di salario minimo, troppo spesso il dibattito si concentra sulle cifre: 21, 22 o 25 franchi all’ora. Ma dietro quei numeri ci sono persone. Ci sono famiglie che, pur lavorando a tempo pieno, faticano ad arrivare alla fine del mese. Ci sono madri e padri che devono scegliere quali spese rimandare. Ci sono giovani che guardano al proprio futuro con crescente incertezza.

È un dato di fatto che i salari in Ticino siano mediamente inferiori di circa il 20% rispetto al resto della Svizzera, a fronte di un costo della vita che è sostanzialmente identico. Questa non è solo una statistica: è una realtà che incide direttamente sul tasso di povertà e sull’aumento delle richieste di aiuto da parte di cittadini che, pur lavorando, non riescono più a far fronte a spese sempre più pesanti come affitti, premi di cassa malati, energia e beni di prima necessità.

Non è un caso che associazioni di sostegno come Tavolino Magico, Aiuto svizzero d’Inverno e SOS Ticino lancino con crescente frequenza segnali d’allarme. Il numero di persone che si rivolgono a queste realtà continua ad aumentare. Quando cresce il numero di lavoratori che devono chiedere aiuto, significa che il problema non è individuale, ma sistemico.

In questo contesto, è positivo che si discuta di un riallineamento verso l’alto del salario minimo. Non si tratta di contrapporre lavoratori e imprese, né di alimentare una politica urlata che poco aiuta a trovare soluzioni. Si tratta di affermare un principio semplice: un lavoro a tempo pieno deve permettere di vivere con dignità, senza dover dipendere dagli aiuti sociali. Il lavoro non dovrebbe generare insicurezza, ma stabilità.

Un adeguamento dei salari minimi potrebbe inoltre contribuire a ridurre il differenziale con il resto della Svizzera. Questo aspetto riguarda soprattutto i giovani. Troppi ragazzi e ragazze formati in Ticino scelgono di partire perché altrove trovano condizioni salariali più attrattive. Ogni giovane che parte è un pezzo di futuro che se ne va. In un Cantone che sta invecchiando rapidamente, trattenere competenze, energie e progettualità non è solo un tema economico: è una necessità strategica.

È poi un segnale politico importante che anche il Partito Liberale Radicale, tradizionalmente più prudente su questi temi, si dica disposto a sedersi al tavolo per cercare una soluzione condivisa. Quando sensibilità diverse riconoscono la necessità di confrontarsi, significa che la situazione è seria e che non può più essere affrontata con logiche di contrapposizione.

Mi auguro dunque che i partiti coinvolti, insieme alle associazioni economiche, sappiano trovare un compromesso equilibrato e sostenibile. Una soluzione che rafforzi il potere d’acquisto senza compromettere il tessuto imprenditoriale. Ma soprattutto una soluzione che restituisca fiducia a chi ogni mattina si alza per lavorare e contribuire alla nostra società.

Il confronto è aperto. Ora serve responsabilità politica e la volontà di mettere al centro il bene del Ticino e della sua popolazione. Perché dietro ogni discussione politica ci sono vite concrete. Non dimentichiamolo.

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