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L'OSPITEAVS21: la prima picconata al pilastro portante

12.09.22 - 16:57
Siria Parzani, membro della Gioventù Comunista
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AVS21: la prima picconata al pilastro portante
Siria Parzani, membro della Gioventù Comunista

“Stabilizzare” e “armonizzare”: i verbi più usati dai sostenitori della riforma AVS21, in votazione federale il prossimo 25 settembre. Ironico, se si pensa che l’etimologia del primo indica propriamente lo “stare fermo”, mentre il sostantivo da cui deriva il secondo va anche a definire l’accordo e la concordia di sentimenti ed opinioni tra più persone.

Ma procediamo con ordine. La modifica della legge federale sull’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) prevede l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne dai 64 ai 65 anni, con lo scopo di risanare le casse della stessa. La Confederazione si mostra infatti allarmata per i problemi finanziari legati alle rendite AVS, in pericolo a causa del sempre maggiore numero di pensionati e della migliore speranza di vita media. Fra tutte le soluzioni possibili, i nostri dirigenti hanno stoicamente deciso che la migliore sarebbe proprio quella di far lavorare ancora di più la fascia femminile della popolazione (oltre che ad aumentare la già anti-sociale imposta sul valore aggiunto).

Concretamente: le donne, che dopo decenni di lotte sindacali per la parità salariale percepiscono ancora oggi un reddito inferiore rispetto ai propri colleghi uomini di pari livello formativo, si vedrebbero private di 26’000 franchi a testa destinati alle proprie pensioni. Ma questa è, paradossalmente, solo la punta dell’iceberg. Attualmente la fascia d’età fra i 60 ed i 64 anni è quella maggiormente colpita dal fenomeno della disoccupazione: questa parte di popolazione fa già fatica ora a trovare (o mantenere) un impiego, e la Confederazione parla di rendere “più interessante continuare l’attività lucrativa dopo i 65 anni”? Considerando poi che, se la riforma passasse, la prossima tappa sarebbe quella di elevare per tutti l’età di pensionamento ai 66, forse anche 67 anni o più. Il coronamento, insomma, del “vivere per lavorare” che lo Stato ci fa suadentemente passare come un ottimo modo di risolvere il problema delle risorse AVS, indorando la pillola con proposte come il “pensionamento graduale e flessibile”, di fatto praticabile soltanto da chi potrà permetterselo grazie ad un reddito alto.

AVS21 si rivela dunque essere, piuttosto che un rimedio, un’ulteriore fonte di difficoltà, fortemente ostile non solo verso le donne di età più avanzata, ma anche verso i numerosissimi giovani che già attualmente si ritrovano in una preoccupante situazione di precariato lavorativo. Si parla di “carenza di persone con attività lucrativa che versano contributi all’AVS”, come se nel nostro paese non ci fossero sufficienti lavoratori in cerca di un impiego, come se la piaga della disoccupazione giovanile non fosse che uno scenario distopico.

Una riforma, insomma, che di armonia non sembra destinata a generarne molta, se non fra i pochi fortunati che hanno accesso alla torre d’avorio grazie, ad esempio, al biglietto della previdenza privata. Il principio di solidarietà su cui si fonda l’AVS non può scomparire così, rincarando le penalizzazioni verso la fascia femminile della popolazione e mascherandosi abilmente da misura di “parità dei sessi”. Votare NO alla riforma AVS21 il prossimo 25 settembre non simboleggia solo un rifiuto a una politica fortemente antisociale che prevede costi maggiori per rendite minori, ma anche volontà di protezione per la nostra assicurazione sociale più importante. Se per “stabilizzare” s’intende smantellare, allora in quanto donne, giovani, anziani, in quanto lavoratori, possiamo definirci tutt’altro che concordi: esigiamo che il nostro primo pilastro resti solido… e solidale!

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