Giulio Mozzi durante i suoi corsi.
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03.09.2019 - 06:010
Aggiornamento : 04.09.2019 - 11:59

Se i film di supereroi battono il romanzo

A colloquio con il docente del corso di scrittura creativa che si terrà a Muralto a partire dall'ultimo fine settimana di settembre

LUGANO - A partire dall'ultimo fine settimana di settembre Giulio Mozzi spiegherà a un gruppo di ticinesi i rudimenti e i segreti della scrittura e della narrazione. Narratore, consulente editoriale e docente di narrazione, è stato chiamato dalla Photo Ma.Ma. Edition di Minusio - che organizza a Muralto l'evento in collaborazione con la Bottega di narrazione di Milano (e con il sostegno dell’Associazione degli scrittori svizzeri di lingua italiana e degli Eventi letterari del Monte Verità) - per il secondo laboratorio di scrittura creativa, che si articola su quattro weekend per un totale di circa 55 ore di lezioni. 

In cosa consiste il corso che terrà nelle prossime settimane a Muralto?
«È un corso di base, destinato a persone che fino a questo momento non hanno particolari esperienze di scrittura. Non richiede una preparazione e delle competenze precedenti ma è anche abbastanza approfondito per poter essere interessante anche per chi qualche rudimento ce l'ha. Il grosso del corso è la parte di laboratorio, nella quale ragioneremo su cose scritte dalle persone che partecipano - discutendone come si stesse facendo un editing -, secondo il principio che le cose in via teorica si possono insegnare, ma è molto interessante anche vederne l'applicazione sui testi».

Quindi il lavoro degli allievi diventa materia d'insegnamento, giusto?
«Preferisco partire dai lavori e da lì ricavare i contenuti sulla forma della narrazione, sui personaggi e così via. Ci sarà comunque una parte di lezione su alcuni concetti, come che cos'è il narratore (non nel senso di persona fisica ma come figura)».

Come descriverebbe il suo “Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”?
«È un libro che serve a stimolare più che a insegnare. Molto spesso ci si trova di fronte a dei problemi nella narrazione che non si sa come risolvere e nella mia esperienza ho visto che spesso accade perché c'è un incaponimento su soluzioni che non funzionano. Lo scopo di un volume come questo, che volendo potrebbe avere anche la forma del mazzo di carte da pescare a caso, è di spostare l'attenzione della persona proponendo degli approcci al testo differenti».

Quindi lo si può aprire casualmente, leggere una massima o un consiglio e magari è quella che risolve il problema?
«Oppure non lo è, ma per il semplice fatto di provare ad applicarlo si arriva ad avere un altro punto di vista sul proprio lavoro».

È anche un impulso a sviluppare il proprio giudizio critico...
«Sicuramente non è un libro che loda chi scrive. Serve a mettere delle pietre d'inciampo sul cammino dell'autore, serve a far ragionare e pensare.

Una delle indicazioni è: “Il lettore puoi immaginarlo: è una proiezione di te. Il pubblico è un dato statistico”. In che senso?
«Da un lato è vero che molti si preoccupano di ciò che chiamano "il pubblico" e non si rendono conto che l'idea di pubblico è solamente un'astrazione. È composto da un potenziale di persone e non è possibile prevedere che cosa questi individui cercheranno nel testo. È molto più utile pensare a Lettore (con la L maiuscola) come se fosse qualcosa che è il testo a produrre: scrivendo e raccontando la storia in un certo modo genero un'idea di lettore. Se chi mi leggerà quest'idea e sceglierà di accomodarcisi dentro, allora forse ci sarà una buona relazione tra testo e lettore».

Dal suo punto di vista, come scrivono oggi gli scrittori in Italia?
«Secondo me ci sono persone, anche molto capaci, che hanno un poco limitato il loro orizzonte. Si tende a proporre una storia con un contenuto finale positivo, in cui c'è un protagonista nel quale ci s'identifica abbastanza facilmente, che affronta i problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti, eccetera eccetera. È, per molti aspetti, una banalizzazione di ciò che si può fare con il romanzo. A me queste scritture interessano poco».

E quali attirano la sua attenzione?
«Quelle che mi sembrano notevoli, e spero durino nel tempo, sono invece quelle scritture che non stanno su questi schemi, che banalmente propongono vicende nelle quali uno non riconosce la propria quotidianità, dei personaggi che non appaiono necessariamente simpatici e identificativi e magari anche una forma della narrazione che non sia quella classica».

È più che altro una questione commerciale a spingere gli scrittori verso questa "banalizzazione"?
«Non la definirei così. In primis gli editori hanno ristretto il loro orizzonte, ora che sono oggettivamente in pericolo: buona parte di loro in Italia oggi fattura molto meno di quanto si raccoglieva dieci anni fa. A fronte di questo è stata fatta la scelta di scommettere sulla semplificazione di ciò che propongono. Gli autori risentono di questo tipo di scelta. Mi dispiace perché in altre arti funziona diversamente: prendiamo il cinema, per esempio. Anche i prodotti più pop come le serie tv e i film con i supereroi - che sbancano il botteghino - hanno delle complessità narrative che sono molto superiori a quelle di un romanzo ritenuto difficile».

Come mai avviene questo?
«Non so se la scrittura ha perso la capacità di gestire una certa complessità, non so se ci manchi uno scrittore sufficientemente di genio capace di fare un'opera complessa e contemporaneamente diventare popolare...».

E per quanto riguarda i giornalisti?
«Una cosa che mi disturba molto è che, leggendo i giornali, mi trovo ad avere sempre di meno a che fare con i fatti e sempre più con delle narrazioni. Questo introduce nel ruolo giornalistico una certa dose di finzione, che trovo francamente esagerata. Non nel senso che non vengono raccontate cose non vere (che è un incidente che talvolta succede), ma è a causa del tipo di narrazione che viene proposto. Dico questo pensando ai giornali seri e non a quelli di fazione, che in Italia sono anche molto letti, e che semplicemente giocano a chi la spara più grossa».

Come scrive, invece, la gente comune?
«Facendo il lettore per le case editrici ricevo centinaia di testi all'anno e noto che la caratteristica principale è l'ingenuità. La stragrandissima maggioranza dei lavori che ricevo cercano palesemente d'imitare uno dei tanti modelli disponibili, senza riuscirci; non tanto perché alle persone manchi il bagaglio tecnico, quanto perché la capacità immaginativa è piuttosto elementare. Sono mediamente più interessanti i lavori scritti da donne rispetto a quelle degli uomini: secondo me, per una qualche ragione che non so, c'è un tasso d'imitazione più basso. Poi sono più spesso delle storie che hanno una prossimità a un'esperienza reale».

Com'è lo stato di salute della lingua italiana?
«Ha sempre più o meno gli stessi difetti, che sono la prolissità, la ridondanza, il tentativo di dare una patina letteraria usando delle parole che illustri, ma senza sapere gestirle bene... Ma sono problemi storici, è così da sempre e non mi scombina».

Molti accusano i social di avere un po' imbarbarito la lingua: lei cosa ne pensa?
«Mah, la lingua italiana è stata imbarbarita già da un po'. Una volta c'era il latino, che si è imbarbarito con l'arrivo dei barbari ed è nato il volgare. Dopodiché il volgare si è imbarbarito quando sono arrivati i Longobardi, poi con i vari contatti con la cultura inglese, francese eccetera... La lingua si trasforma nel tempo: io posso trovare deprecabili certi usi che vanno imponedosi, perché magari non piacciono a me, ma che in fondo vanno bene. Poi ogni tanto c'è qualcuno che si mette lì e decide di scrivere un capolavoro che cambi la lingua: l'ha fatto Dante nel 1300, l'ha fatto Manzoni nell'Ottocento... Modificano però l'uso "alto" della lingua».

A questo link maggiori informazioni sul corso, le iscrizioni sono ancora aperte.

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Ultimo aggiornamento: 2019-10-24 02:33:41 | 91.208.130.87