Violenza in autosilo: scontro tra avvocati. Pestaggio o legittima difesa?

I difensori dei due imputati alla sbarra per tentato omicidio intenzionale respingono le accuse: «Non hanno mai voluto colpirlo alla testa».
LUGANO - Due narrazioni diverse e due interpretazioni opposte dei fatti. Gli avvocati dei quattro imputati a processo per quanto accaduto il 23 giugno 2024 in un autosilo di Lugano si sono scontrati, nella seconda parte delle loro arringhe, attorno a due nodi centrali: il reato di rissa si è concretizzato oppure no? E, i due italo-albanesi hanno accettato la possibilità che i due calci e le quattro mazzate, citati ieri dal procuratore pubblico, potessero avere un esito letale?
Alla sbarra davanti alla Assise criminali di Lugano ci sono infatti due cittadini italo-albanesi (un 25enne e un 26enne) accusati di tentato omicidio intenzionale e due ticinesi (un 23enne e un 28enne) vittime del pestaggio che però devono rispondere di rissa.
«L’accusa di rissa deve cadere» - «Tutti gli imputati devono essere prosciolti dall’accusa di rissa». L’avvocata Marina Alfieri, che difende il 28enne ticinese rimasto gravemente ferito nel pestaggio, non ha risparmiato critiche nemmeno all’operato del procuratore pubblico Luca Losa. «La rissa è un reato che, in questo caso, non si è realizzato».
Ma perché è così importante questo aspetto? Secondo la legale, per gli imputati principali, i due giovani italo-albanesi, «sarebbe quasi un lusso che venisse riconosciuta l’esistenza di una rissa, con la conseguente caduta degli altri capi d’accusa, in particolare quello di tentato omicidio intenzionale».
Il significato della mazza da baseball - Ed è questa la linea difensiva adottata dai due avvocati dei ticinesi. «La rissa presuppone uno scontro fisico tra almeno tre persone che partecipano attivamente. Parlare di rissa, in questo caso, è una forzatura: qui una o due persone hanno aggredito una terza».
Anche la mazza da baseball ricorre più volte nelle arringhe della difesa. «Si è parlato di una mazza non professionale che, anche se brandita con forza contro una persona, non causerebbe danni rilevanti. Ma è un'assurdità. Non mi sembra legittima difesa uno che ha la mazza in mano».
La difesa degli imputati principali - Una tesi respinta dagli avvocati dei due ragazzi italo-albanesi accusati di tentato omicidio colposo.
«Non è vero che chi non partecipa attivamente colpendo con pugni e calci non possa essere condannato per rissa», ha ribattuto Rosa Maria Cappa, avvocata del 25enne italo-albanese per cui il pp Luca Losa ha chiesto una pena di 6 anni. «La rissa sussiste quando gli autori e i partecipanti creano o rafforzano una situazione in cui tutti si picchiano. Fare un agguato all’auto non significa partecipare a una rissa? Direi che la rissa c’è stata».
I due ragazzi, secondo la difesa, «hanno agito perché si sono sentiti spaventati. Per due motivi principalmente: perché non erano a casa loro e perché, nei luoghi in cui vivono, questi fatti incresciosi avvengono con una certa regolarità».
Sapevano di poter uccidere? - Sul tema del dolo eventuale, Cappa ha aggiunto: «Non si può dedurre che abbiano accettato il rischio di uccidere. Non è dimostrato, né dalla documentazione clinica né dai video di sorveglianza, che l’imputato abbia accettato il rischio di uccidere il 28enne ticinese».
Per l’accusa di tentato omicidio, ha sottolineato, «è necessario un concreto e immediato pericolo di morte, che non emerge dai certificati medici. Senza minimizzare le ferite riportate dal giovane, dai referti risulta che le lesioni non avrebbero messo in pericolo la sua vita».
C’è stato un dolo eventuale? - Sul punto è intervenuto anche l’avvocato Olivier Ferrari, difensore del 26enne italo-albanese. «Per un’accusa così grave come il tentato omicidio bisogna basarsi su fatti comprovati, non su impressioni. Leggendo la perizia dell’Istituto di medicina legale cantonale non posso non rilevare una mancanza di chiarezza sui colpi sferrati e sulle conseguenze.
E ha concluso: «Il dolo eventuale presuppone che l'autore sia a conoscenza che l'evento illecito si potesse verificare. Il mio assistito non ha mai preso in considerazione la possibilità che potesse morire. Non ha mai voluto colpirlo alla testa, ma sul dorso».
Le richieste della difesa - Infine, l'avvocato Cappa ha chiesto una pena, se la Corte dovesse confermare il tentato omicidio, di 30 mesi in parte sospesa per 19 mesi.
L'avvocato Ferrari ha chiesto invece una condanna, considerando le attenuanti («è un bravo ragazzo, casa scuola lavoro e famiglia»), 24 mesi. Se dovesse essere confermato il tentato omicidio si chiede che la pena sia contenuta in un massimo di 30 mesi.
La Corte si è poi ritirata per deliberare. La sentenza è attesa per giovedì 12 febbraio alle 11.




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