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Cosa c'è dietro la maschera? Un enigma di nome Melania

Controverso. Un flop nelle sale. Un'occasione persa? Il documentario su Melania Trump è un'operazione commerciale (in perdita) che tenta di dare una forma a ciò che sta dietro alla sua figura pubblica
Controverso. Un flop nelle sale. Un'occasione persa? Il documentario su Melania Trump è un'operazione commerciale (in perdita) che tenta di dare una forma a ciò che sta dietro alla sua figura pubblica

“Io non sono una persona che dice sempre 'sì'. Non importa a chi siete sposati”. Lo aveva detto Melania Trump, sicuramente una delle first lady più defilate della storia presidenziale americana. Compare al seguito del marito, con la sua espressione imperturbabile, nelle occasioni ufficiali, per poi eclissarsi subito dopo a New York o Mar-a-Lago a Palm Beach: una presenza indefinita, che potrebbe essere dettata da una innata riservatezza del carattere o dalla volontà di mostrare unicamente una impenetrabile maschera pubblica.

Un'occasione... persa?
L'annuncio dell'uscita, nelle sale cinematografiche, di un documentario a lei dedicato è sembrata quindi l'occasione giusta per poter conoscere meglio la donna che sta al fianco di uno degli uomini più potenti al mondo, anche se, la maggior parte di coloro che lo hanno visto, ha già parlato di una possibilità mancata. Prodotto da Amazon, tramite la Mgm, con un notevole dispendio di soldi, si parla di quaranta milioni di dollari oltre ai trentacinque spesi per il lancio pubblicitario, il documentario in questione è stato girato nei venti giorni precedenti al secondo insediamento di Donald Trump dal regista Brett Ratner, noto per film come X-Man o Tha Last Sand, ma incappato in guai giudiziari a seguito di accuse di molestie sessuali pubblicate nel 2017 dal New York Times.

Secondo il Los Angeles Times, Ratner è stato scelto proprio da Melania Trump su consiglio di Marc Beckman, suo agente e consigliere, nonostante la carriera del regista fosse al collasso, e con il beneplacito di Amazon che ha messo in campo un budget da decine di migliaia di euro per un prodotto che si stima ne possa guadagnare meno della metà. Pur avendo incassato sette milioni di dollari, nel primo weekend statunitense, Amazon è destinata comunque ad andare in perdita dato che, secondo l'Hollywood Reporter, nessun documentario è in grado di incassare i centocinquanta milioni di dollari, necessari per andare almeno in pari, dato che il prezzo di ogni biglietto è destinato per metà alle distribuzioni e metà alle sale cinematografiche.

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Una operazione in perdita voluta per omaggiare il presidente Trump e fornire una visione “glamour”, come detto dallo stesso, della loro vita presidenziale. Vanity Fair lo ha definito un 'mockumentary', ossia un finto documentario, nel quale Melania appare unicamente intenta “a scegliere il tessuto per il cappotto, assicurarsi che l'abito abbia la lunghezza giusta e sfogliare cataloghi e soluzioni d'arredo per la futura camera da letto di Baron Trump”, ripetendo come un mantra “la mia visione creativa è sempre chiara”. Una donna imperscrutabile, con “il volto irrigidito in una maschera elegante” che dimostra un po' di umanità solo quando il regista la convince a cantare la sua canzone preferita, Billy Jean di Michael Jackson, o a parlare con tristezza della morte della madre.

Melania, «l'enigmatica regina del regno»
La giornalista Joy Press parla di una Melania trasformata “in una enigmatica regina del regno, il volto-simbolo di una dinastia destinata a durare, con la Casa Bianca trasformata in una sorta di Versailles”: una pura operazione commerciale che nulla ha disvelato della vita di Melania che pure poteva meritare un approfondimento maggiore. Owen Gleiberman di Variety ha definito il progetto “un ritratto così orchestrato, ritoccato e controllato che a stento raggiunge il livello di un infomercial vergognoso” mentre il Daily Beast ha affermato, senza mezzi termini, che “il documentario su Melania è terribile”.

Nata il 26 aprile del 1970 a Novo Mesto, in Slovenia, con il nome di Melanija Knavs, poi germanizzato in Melania Knauss, la futura first lady intraprese la carriera di modella ad appena sedici anni, venendo messa sotto contratto, due anni dopo, da una nota agenzia di moda di Milano e posando per le copertine delle più famose riviste di moda, da Vogue a Vanity Fair. Trasferitasi a NewYork nel 1996, conobbe il futuro Presidente, all'epoca immobiliarista di successo, alla settimana della moda di New York nel 1998, per poi fidanzarsi ufficialmente con lui l'anno seguente.

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La coppia convolò a nozze nel 2004 a Palm Beach, e l'evento venne festeggiato con un lussuoso ricevimento nella tenuta di Mar-a-Lago presenziato da ospiti famosi, quali Rudolph Giuliani o Hillary e Bill Clinton. Da allora, come visto, la first lady ha condotto una vita ritirata, decidendo di non seguire il marito alla Casa Bianca durante il suo primo mandato per “consentire a Baron di terminare gli studi a New York”, e comparendo al suo fianco solo quando richiesto. Sembra che la coppia presidenziale abbia trovato un proprio equilibrio vivendo separati per la maggior parte del tempo, ma condividendo alcuni interessi in comune quale quello dell'arredamento d'interni.

Una Cenerentola e le sue ombre
Potrebbe sembrare la parabola di una moderna Cenerentola, partita da una sconosciuta cittadina in Slovenia, armata di fascino e bellezza, e destinata a diventare una modella famosa e, per ben due volte, la First Lady degli Stati Uniti d'America, eppure ciò che risalta del suo personaggio è una espressione del viso imperscrutabile, e le poche dichiarazioni ufficiali nelle quali elogia il marito qualificandolo come “il leader di cui l'America ha bisogno”. Che sia tutto qui, verrebbe da chiedersi, se non fosse che il passato di Melania ha qualche ombra in più di quello che si è voluto raccontare fino a ora.

Vero è che, nel 2017, il tabloid britannico Daily Mail era stato costretto a scusarsi pubblicamente, e a pagare un risarcimento di quasi tre milioni di dollari, per aver scritto in un suo articolo che la signora Trump, negli anni Novanta, fornisse dei servizi “che andavano oltre il fare semplicemente la modella”, non portando però alcuna prova seria a sostegno di questa tesi, però tali illazioni non sono cessate. Il nome di Melania è iniziato nuovamente a circolare nella cronaca scandalistica in quanto legato ai famigerati 'Epstein files', nei quali Donal Trump pare venga citato, secondo il New York Times, più di trentotto mila volte.

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A differenza di ciò che si è sempre saputo, e cioè che la conoscenza tra Melania e Trump abbia preso il via dopo le presentazioni fatte da Paolo Zampolli, fondatore dell'Id Models Management, agenzia di modelle per la quale lavorava la Knauss, dai documenti in possesso dell'F.B.I. emerge un'altra verità: sembra che Zampolli fosse intenzionato ad acquistare l'Elite Models proprio con Epstein il quale avrebbe presentato Melania al futuro presidente. Il nome di Epstein, condannato per crimini sessuali e traffico di minori, affiancato a quello della Trump è bastato per portare nuovamente in auge la teoria per la quale Melania sarebbe stata arruolata a suo tempo quale accompagnatrice in ritrovi mondani esclusivi.

Melania nei files di Epstein
Nei files in possesso del Dipartimento di Giustizia americana, la stessa appare molto in confidenza con Ghislaine Maxwell che, in più occasioni chiama 'tesoro', dicendosi felice di poterla ospitare a Palm Beach. Di fatto è la prova che la First Lady fosse in rapporti più che amichevoli con la coppia di criminali, e ciò a fronte del fatto che Melania abbia intrapreso delle azioni legali nei suoi confronti dello scrittore Michael Wolff per aver dichiarato, in una intervista rilasciata a The Daily Beast, che i Trump “vivono un matrimonio finto, di facciata” e che Melania “fosse molto presente nel giro di Epstein”, ossia in quel gruppo di amicizie e conoscenze altolocate che poi sono risultate coinvolte in crimini sessuali e di traffico di esseri umani.

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Lo scrittore è poi passato al contrattacco, depositando una richiesta di risarcimento del danno nei confronti della First Lady presso la Suprema Corte dello Stato di Manhattan, affermando che i Trump “hanno l'abitudine di minacciare costose azioni legali per mettere a tacere le voci dissidenti”. Lo scrittore si dice anche intenzionato ad approfondire “ciò che accadde nei dieci anni in cui Trump ed Epstein inseguivano modelle, super modelle, modelle da passerella, da catalogo, dell'Europa dell'Est o ragazze che sognavano di diventarlo”. In precedenza, la First Lady legalmente contro l'editore britannico Harper Collins Uk, per far rimuovere nella biografia autorizzata del principe Andrea ogni riferimento al fatto che fosse stata presentata a Donald Trump da Epstein, e il consulente politico James Carville per il medesimo motivo.

Mentre le voci di un pericoloso coinvolgimento della coppia presidenziale negli sporchi affari di Epstein sembrano farsi sempre più insistenti, il documentario appena uscito al cinema appare ancora di più chiaro nel suo mal celato intento, ossia quello di essere un'operazione puramente commerciale volta ad offrire al pubblico una immagine stereotipata e superficiale di una donna che, si presume e si spera, in forza del ruolo pubblico dalla stessa rivestito, possa avere qualche preoccupazione ulteriore rispetto alla lunghezza di un cappotto.


Appendice 1

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