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«Non chiamatemi genio»: la scienziata che ha portato il Ticino per il mondo

Da Mendrisio ad Harvard, fino a Cambridge: ora Gea Cereghetti sogna di tornare a Bellinzona con il proprio laboratorio.
Gea Cereghetti
«Non chiamatemi genio»: la scienziata che ha portato il Ticino per il mondo
Da Mendrisio ad Harvard, fino a Cambridge: ora Gea Cereghetti sogna di tornare a Bellinzona con il proprio laboratorio.

CHIASSO - Da fuori la si potrebbe definire un genio, ma lei rifiuta l’etichetta. «I risultati arrivano dal lavoro, dalla dedizione e dalla condivisione delle idee, non dall’illuminazione improvvisa del singolo. Le idee nascono perché si è lavorato tanto per arrivarci, non perché “cade una mela in testa”. Vale nella scienza, ma anche nell’arte e in ogni campo».

È Gea Sofia Cereghetti, momò classe 1991, a conquistare per il 2025 il Premio Massimo della Fondazione Iside Lavezzari, grazie a un percorso di ricerca sulle malattie neurodegenerative, in particolare Alzheimer e Parkinson, definito «un esempio di costante e ininterrotto impegno per la vita». La cerimonia si terrà il prossimo 18 gennaio alle 11 al Cinema Teatro di Chiasso.

Non è il suo primo riconoscimento. «Ma questo - confessa - mi ha molto emozionato: è quello "di casa". Ricevere premi internazionali è importante, ma vedere che anche il Ticino riconosce i miei sforzi – spesso svolti all’estero – è stato speciale. Un altro premio fondamentale è stato il López-Loreta: mettendo a disposizione un finanziamento enorme mi ha permesso di creare il mio laboratorio e diventare indipendente nella ricerca».

La passione per la scienza è nata ben presto - «Ho sempre voluto diventare scienziata: prima volevo fare l’etologa o la paleontologa, poi l’archeologa… Al liceo ho scelto il classico, quindi greco e latino, ma il mio obiettivo finale è sempre rimasto quello di fare ricerca scientifica». L’interesse per le malattie neurodegenerative arriva più tardi: «All’ETH, ho seguito diversi corsi affascinanti, ma quello di neurobiologia mi ha colpita più di tutti. Guardando alla società mi sono resa conto del peso del problema dell’invecchiamento: Alzheimer e Parkinson colpiscono sempre più persone e quasi ogni famiglia conosce qualcuno che ne soffre. Anche i costi sociali legati a queste malattie stanno crescendo enormemente. Intorno ai vent’anni, durante il bachelor, ho deciso di dedicarmi a questo ambito. C’è poi anche un motivo personale: un mio familiare ha avuto l’Alzheimer e ho visto quanto possa essere devastante».

Due figure l’hanno segnata in modo particolare - «Rita Levi Montalcini, che considero un idolo. E Marie Curie, l’unica donna al mondo ad aver vinto due premi Nobel. E poi, più vicino a casa, i miei genitori entrambi insegnanti e alcuni docenti alle medie e al liceo hanno avuto un impatto enorme su di me».

La forma mentis, «il desiderio di lavorare bene, con impegno e serietà. I valori, motivazione e senso di responsabilità», è il bagaglio che l’ha accompagnata lungo tutto il percorso: ETH, Harvard e infine Cambridge. «Il Ticino mi ha dato basi solidissime: al liceo di Mendrisio ho imparato il rigore, il metodo, ma anche la passione per la conoscenza. L’ETH è stato un passo logico, fondamentale per una formazione scientifica solida. Gli Stati Uniti, invece, hanno rappresentato un sogno che si è realizzato, ma anche una sfida enorme: non avevo studiato inglese al liceo, quindi sono partita parlando male la lingua. Ritrovarsi soli in un altro continente non è facile… ma ne è valsa la pena. E lo stesso vale per l’Inghilterra, dove sono da tre anni».

Rari i momenti "Eureka" - Racconta poi che «I momenti “Eureka” sono rarissimi. La scienza è soprattutto fatta di fallimenti, di esperimenti che non funzionano e di domande che restano senza risposta. È un percorso di ricerca continuo. Quando arriva la scoperta è emozionante, certo, ma dura poco. È tutto il cammino per arrivarci, spesso frutto di un impegno collettivo, che rende questo lavoro così stimolante».

Le difficoltà dell'essere donna - Non nega che essere una donna comporti ostacoli aggiuntivi. «A volte bisogna essere brave il doppio per ottenere la metà del riconoscimento. Ma questo mi ha anche dato la possibilità di costruire reti di sostegno: all’ETH abbiamo fondato un gruppo di ricercatrici che si supportavano a vicenda. E questo mi ha resa più sensibile verso chi appartiene a una minoranza». Alle giovani che vogliono avvicinarsi alle materie STEM invita però a «non lasciarsi intimidire».

Ora il suo obiettivo è chiaro: «Riportare in Ticino il mio laboratorio. Dall’anno prossimo ne sarò direttrice all’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona. Non vedo l’ora di formare giovani ricercatori e ricercatrici e restituire qualcosa al territorio che mi ha cresciuta».

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