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C'è chi ti licenzia e paga per il tuo silenzio

CANTONEC'è chi ti licenzia e paga per il tuo silenzio

12.04.23 - 18:02
Allontanamenti abusivi: scatta la rivolta sindacale. Troppi casi restano nascosti. E ora si chiede il cambio delle regole.
Foto di Davide Giordano
C'è chi ti licenzia e paga per il tuo silenzio
Allontanamenti abusivi: scatta la rivolta sindacale. Troppi casi restano nascosti. E ora si chiede il cambio delle regole.

BELLINZONA - È allarme licenziamenti abusivi in Svizzera. E ora syndicom, sindacato dei media e della comunicazione, appoggiato dall'Unione sindacale svizzera, chiede alle autorità di cambiare le regole in materia. «Al momento la legge prevede un massimo di 6 mesi di indennizzo in caso di licenziamento abusivo – sottolinea su Piazza Ticino Matteo Antonini, responsabile nazionale della logistica per syndicom –. Non bastano. Stiamo valutando di lanciare un'iniziativa affinché il periodo di indennizzo arrivi a 24 mesi». 

Il caso della postina – C'è un caso che ben rappresenta la situazione attuale in Svizzera. Quella di una postina ticinese licenziata nel 2017 dopo avere fatto pressioni per avere più stabilità lavorativa. «Voleva solo conciliare lavoro e famiglia – ricorda Marco Forte, responsabile di syndicom per il Ticino e il Moesano –. È una donna che faceva parte della commissione del personale. La sua rivendicazione era anche a nome di tante altre lavoratrici. Le sue pressioni hanno indotto La Posta a licenziarla. Il licenziamento è stato ritenuto ingiusto da ben due tribunali. Ma la parola del giudice non è servita per fare riconquistare l'impiego alla donna. E questo non è normale».  

Il "meccanismo" – «La maggior parte dei licenziamenti abusivi – dice Antonini  – viene risolta col datore di lavoro che paga per avere il silenzio da parte della persona licenziata. Piuttosto che affrontare due o tre anni di procedure, ottenendo magari un magro risarcimento, il lavoratore rischia di accettare. La postina in questione invece si è battuta. Voleva una sentenza che è arrivata. La Svizzera ha una legislazione insufficiente, al momento le sentenze possono essere messe da parte». 

«Strumento di repressione» – Chiara Landi, rappresentante delle donne ticinesi e del Moesano per l'Unione sindacale svizzera, aggiunge: «Ci sono anche tante donne che ricevono pressioni al rientro dalla maternità. La postina in questione è una mamma. Bisogna migliorare la legge per i casi di licenziamento ingiusto. Anche perché la libertà di licenziamento è uno strumento di repressione. E un licenziamento abusivo può portare a ripercussioni sulla salute psicofisica delle persone».

«Un potere mal distribuito» – «Il potere in queste circostanze – afferma Forte – è troppo nelle mani del datore di lavoro. La flessibilità? Spesso è prevista a senso unico. Per il caso della postina abbiamo fatto sensibilizzazione in tutti i modi. Invano. La Posta non è tornata sui suoi passi. Questa signora, molto coraggiosa, oggi ha un lavoro precario. Di licenziamenti abusivi ne vediamo tanti. Addirittura tre autisti di una grossa azienda sono stati licenziati solo perché erano iscritti al nostro sindacato». 

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