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LUGANOChiesa: «Lugano-parassita? Non la cambierei con nessun altra città»

11.09.21 - 10:25
L'UDC punta il dito contro le città «covi della sinistra». Ma il presidente Marco Chiesa mette i puntini sulle "i"
tipress
Chiesa: «Lugano-parassita? Non la cambierei con nessun altra città»
L'UDC punta il dito contro le città «covi della sinistra». Ma il presidente Marco Chiesa mette i puntini sulle "i"

LUGANO - Le politica delle grandi città rossoverdi è parassitaria.  Le dichiarazioni di Marco Chiesa in occasione del 1 agosto hanno fatto scalpore: qualcuno ha anche chiesto le dimissioni del ticinese dalla presidenza dell'Udc.

Giovedì però in conferenza stampa il partito ha ribadito il concetto, per chi ancora non l'avesse capito: in una sorta di manifesto rurale, i democentristi dichiarano guerra «alla gauche à caviar» e propongono una serie di misure volte a espugnare le "roccaforti rosso-verdi" accusate di creare una classe di privilegiati sulle spalle dei contribuenti degli agglomerati.  

Tra le proposte: de-centralizzare i servizi delle amministrazioni cantonali fuori dai capoluoghi, a cominciare da Zurigo. Il titolo di tio.ch/20minuti "I democentristi vogliono decapitare Zurigo" non è però piaciuto a Chiesa, che tiene a mettere i puntini sulle i.

«In realtà non mettiamo in discussione il ruolo di Zurigo come capitale cantonale» precisa al telefono il consigliere agli Stati. «È vero che proponiamo di trasferire i servizi dell'amministrazione cantonale fuori dalla città, dove il costo degli immobili è alle stelle. Si tratta di far risparmiare dei soldi a tutti».

 Il suo partito sembra avere un problema con le grandi città.  
«Non è un problema dell’UDC, ma del Paese. Tra città e campagne si sta scavando un fossato molto pericoloso per la coesione nazionale. Lo notiamo e lo commentiamo spesso al termine delle votazioni popolari che mettono in luce due Svizzere differenti. Nel merito poi non condividiamo la politica dei clandestini messa in atto da Ginevra, le manifestazioni partigiane non autorizzate ma sempre tollerate di Berna, i privilegi di Zurigo che si permette di regalare buone uscite da 650’000 franchi a un direttore di scuola che decide lui stesso di cambiare funzione e la politica vessatoria di Losanna contro chi deve muoversi e lavorare con un’automobile.». 

Non è che, semplicemente, nelle città l'UDC fatica a raccogliere voti?
«È un fatto che le grandi città urbane svizzere sono gestite da maggioranze assolute rossoverdi. Tutti gli altri partiti a causa del sistema di elezione sono praticamente scomparsi dai Municipi o hanno ruoli marginali. In molti casi poi, come abbiamo dimostrato, queste maggioranze alimentano le loro clientele con soldi delle agglomerazioni come confermato da esperti indipendenti.»

Ma questi rappresentanti nei municipi sono eletti dal popolo.
«Certamente e questo bisogna rispettarlo, sempre. Inutile criticare la loro politica senza rimboccarsi le maniche per proporre delle alternative. Mi auguro che questo dibattito, che sta attraversando tutta la Svizzera, possa essere l‘inizio di un rilancio di una vera sinergia tra partiti con valori liberali e conservatori nei grandi centri».

L'UDC nasce come partito delle campagne. Non volete accettare punti di vista differenti?
«Non si tratta di punti di vista quando si parla di decisioni che non ti concernono come cittadino ma ti colpiscono come abitante delle periferie. Pensi alla legge sul CO2. Solo le città rossoverdi l‘hanno sostenuta e questo perché loro non sarebbero stati pesantemente chiamati alla cassa. Uno zurighese urbano non avrebbe subito le stesse conseguenze in caso accettazione di un ticinese. Lo stesso vale per la legge sulla caccia e sulle residenze secondarie. Si è persa a mio avviso la comprensione delle esigenze altrui e il pragmatismo mentre si sta facendo sempre più strada l‘imposizione di una ideologia».

Calcando la mano su queste fratture, qualcuno potrebbe accusarvi di amplificarle. 
«La frattura esiste già, solo chi ha interesse a non vederla fa finta che non ci sia o che non sia profonda. Le faccio un esempio: al di là delle scelte politiche delle città scendendo in aspetti amministrativi, i funzionari delle grandi città godono di privilegi che i normali lavoratori contribuenti non possono neanche sognare. Mi riferisco al posto sicuro e a un salario molto più alto della media, al pensionamento a 63 anni, a settimane supplementari di vacanze pagate, a generosi premi fedeltà, a contributi statali maggiorati per il secondo pilastro, a vini di proprietà cittadina a prezzi ridotti come pure abbonamenti telefonici, fitness e di trasporto. E tutto questo è finanziato da chi queste condizioni, anche nelle città, non può permettersele perché attivo nel settore privato».

Lei però vive in città. Perché non ha scelto la campagna?
«Io sono nato, cresciuto e vivo tutt’oggi a Lugano. Per meglio dire in un suo quartiere. Anche se molti ritengono che i tempi siano molto cambiati, è ancora oggi una città a misura d’uomo, dove le persone si conoscono e non sei semplicemente un numero».

Un luganese che critica le città: non è poco coerente?
«Lugano è l’unica città tra le dieci più grandi della Svizzera amministrata da una maggioranza di centrodestra. Lugano poi è un comprensorio che parte dalle rive del Ceresio e si estende fino alla Valcolla, da Gandria a Carona. Città, agglomerazioni e campagna si fondono in maniera piuttosto armoniosa in confronto a quanto si riscontra in altre realtà urbane. Il Municipio inoltre è eletto col sistema proporzionale, siamo gli unici ad averlo, e questo favorisce la valorizzazione delle differenti sensibilità politiche. Senza che nessuna prevarichi l’altra. Insomma Lugano non la cambierei con nessun‘altra».

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