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CANTONE
30.09.2020 - 12:110
Aggiornamento : 18:19

«Sapeva ma ha taciuto: non è un’assassina»

In Appello è in corso l’arringa difensiva per il delitto di Monte Carasso

I legali della presunta mente del fatto di sangue puntano all’assoluzione

BELLINZONA - Così come nel processo di primo grado, anche in Appello la difesa punta all’assoluzione della 41enne russa accusata di assassinio per il delitto di Monte Carasso del 2016. Secondo l’accusa, la donna avrebbe invece spinto il marito a uccidere la ex moglie.

«L’unico rimprovero che può forse essere mosso nei confronti della nostra assistita è che era venuta a conoscenza di quanto commesso dal marito, ma aveva taciuto il terribile segreto temendo di compromettere il futuro delle figlie» afferma però l’avvocato Luisa Polli, che aggiunge: «Questo non è sufficiente per farne un’assassina: sapere non è ancora sinonimo di condividere e nemmeno di volere».

Una donna «parsimoniosa» - L’accusa ritiene che la donna volesse fare la “bella vita”. Ma questa propensione per le spese futili - rileva invece la difesa - non ha un riscontro oggettivo negli atti. Anzi, determinati elementi indicherebbero che l’imputata fosse piuttosto parsimoniosa. E che non sarebbe nemmeno stata informata sulle difficoltà finanziare del marito.

Per Polli non è inoltre credibile che la donna sia arrivata dalla Russia e abbia poi preso in mano «in totale autonomia» la gestione delle spese del marito: « Solo chi ha vissuto una situazione di sradicamento totale può comprendere cosa possa significare trovarsi in una realtà completamente nuova e sconosciuta». Se ne sarebbe però interessata, in quanto il marito non lo avrebbe fatto. «Decidevano insieme cosa pagare, le priorità da dare ai pagamenti». Ma non sarebbe stata informata su eventuali conseguenze (il versamento parziale degli alimenti alla ex moglie aveva infatti portato alla trattenuta del salario del marito).

La cattiva e il buono - Davanti alla Corte presieduta dal giudice Giovanna Roggero-Will, l’avvocato Yasar Ravi afferma inoltre che l’incarto relativo al delitto è - a suo dire - «nato male». Nel 2016 la morte della vittima era stata archiviata come suicidio. Ma poi, con la successiva confessione del marito, «quasi per assurdo agli occhi degli inquirenti lui diventa il buono della vicenda». Lei - la 41enne russa - «è invece la cattiva», cioè colei che «per lo sfizio di farsi le unghie e i capelli ha elaborato il piano e ha costretto il buono a eseguirlo».

La lunga detenzione preventiva - Ravi ricorda anche le condizioni di detenzione sofferte dall’imputata: «Ha subito un lungo periodo di carcerazione preventiva, in regime speciale. Cioè: dal giorno del suo arresto, per circa un anno, 23 ore su 24 le ha dovute passare in cella» spiega il difensore. «Lei lo ha vissuto come un sopruso». Ma - aggiunge - «ogni imputato va trattato con giustizia e dignità».
 
 
 

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