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CANTONE
29.01.2019 - 10:400

«Le ragazze sono credibili e trasparenti»

Il processo a porte chiuse nei confronti dell’ex funzionario del DSS si è riaperto con l’intervento del rappresentante legale delle vittime. Chiesto un risarcimento per torto morale di 9000 franchi.

LUGANO - La reticenza e i tempi delle vittime. È soprattutto per questi motivi che soltanto ora, a distanza di almeno quattordici anni, l’ex funzionario del DSS accusato di coazione sessuale e violenza carnale compare alle Criminali. Il processo a porte chiuse si è riaperto, stamattina, con l’intervento dell’avvocato Carlo Borradori, rappresentante legale delle vittime.

«Ci sono rabbia e delusione per il fatto che la psicologa che aveva sentito una delle vittime all’epoca non aveva riportato nella cartella clinica il motivo del trauma». Una scelta fatta, allora, per proteggere le persone. Ma che non è più una prassi in vigore, ha sottolineato sollevato Borradori.

La sofferenza delle ragazze - Il legale ha quindi parlato del denominatore comune della procedura che è «la grande sofferenza». Una sofferenza vissuta «da chi ha tentato di rendere noti i fatti all’epoca, da chi dopo quattordici anni ha avuto il coraggio di presentare una denuncia penale, da chi stava ancora convivendo con il trauma».

«Vittime credibili» - L’avvocato ha inoltre ribadito che le vittime sono «credibili e trasparenti». E questo nonostante l’imputato oggi neghi ancora i fatti, screditando le testimonianze fornite dalle tre ragazze. «Ma le vittime sono ancora in grado di tornare a quegli anni, a quel periodo, e questo con una certa precisione».

La richiesta di risarcimento - Per conto delle tre ragazze è stato chiesto un risarcimento per torto morale di complessivi 9’000 franchi, oltre al rimborso delle spese legali di 38’000 franchi. «Per le ragazze il torto morale non è quantificabile, il risarcimento sarà devoluto ad Amnesty International».

L’accusa propone quattro anni - Ripercorrendo tutti i fatti, nella serata di ieri la procuratrice pubblica Chiara Borelli aveva proposto una pena detentiva di quattro anni. Nella sua requisitoria aveva definito l’imputato come un «manipolatore», che esercitava sulle vittime «una pressione psichica».

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