«La cosa più difficile è trovarsi a dover scegliere una bara per il proprio figlio»

Parla la mamma della giovane rossocrociata Mariam Essouni, deceduta nella tragedia di Crans-Montana a 21 anni.
CRANS-MONTANA - «Non ho lavato i suoi vestiti apposta, per conservare il suo odore». È la testimonianza di una donna distrutta quella fornita a 20Minuten da Nadia Essouni, madre di Mariam, morta nella tragedia di Capodanno a soli 21 anni.
«Mariam era tutto per me», spiega. «Era una ragazza gioiosa, gentile, piena di vita. Studiava scienze criminali all'Università di Losanna».
Incertezze e sofferenza - «Per Capodanno sono andata a Roma», precisa la donna, che risiede a Sierre (VS). «Ho proposto a Mariam di venire con me ma mi ha detto "no, sto qua con i miei amici". Normalmente sarei dovuta rimanere a Roma fino al 2 gennaio, ma sono rientrata il 1°. Mi sono detta "No, c'è qualcosa che non va. Mariam non mi ha scritto, c'è qualcosa"».
E i timori di Nadia Essouni, ben presto, si concretizzano. «Quando ho sentito che era Crans-Montana, e considerato che non aveva risposto ai miei messaggi, ho capito. Perché in caso contrario mi avrebbe subito chiamata per dirmi "Mamma non ti preoccupare, sto bene". I due giorni successivi non ho dormito, non ho mangiato e ogni due minuti avevo una sensazione diversa: è ancora viva, è in coma, non c'è più. Ogni due minuti era una sofferenza. Al venerdì sera infine mi hanno comunicato la morte di Mariam».
«Non ci credo ancora» - «In questo momento non ci credo ancora», continua. «Non riesco a mettermelo in testa. Dentro ho un vulcano, uno tsunami, la mattina c'è la rabbia, la sera negazione, piango moltissimo. Mangio poco, la vita non è più quella di prima. Mi manca. La cosa più difficile per un genitore è dover scegliere una bara per il proprio figlio. È molto dura, soprattutto perché è stata una morte violenta».
La donna spiega quindi che va al cimitero più volte al giorno per rendere visita alla figlia. «Quando mi manca dormo nella sua stanza, sento il suo odore. Non ho lavato i suoi vestiti apposta, per conservare l'odore».
«Le scrivo ancora messaggi, anche se so che non ci sarà risposta» - Nadia Essouni prende il suo telefono in mano, tiene lo sguardo sullo schermo. «Le invio ancora dei messaggi, le scrivo che mi manca. Lo so che non ci sarà risposta...non so perché li mando, ma è così».
La donna si esprime infine rispetto alle responsabilità dell'accaduto. «Ci sono diversi colpevoli, ma per il momento per me è Jessica Moretti perché lei era lì con loro. Come è possibile che il giorno dopo lei era in piedi e camminava, mentre gli altri sono rimasti gravemente feriti o sono morti? Lei era lì, almeno sblocca la porta, chiedi ai dipendenti di estinguere il fuoco, accendi le luci, spegni la musica. Perché non ha detto "ragazzi uscite"? Oggi è questo che mi fa rabbia. Poi ci sono altri responsabili che gli hanno lasciato fare quello che volevano».
E, guardando al domani, l'obiettivo è chiaro: «Voglio capire cosa è successo esattamente, conservo la forza per andare fino alla fine, per capire chi è colpevole di questo crimine».




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