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20.01.2021 - 19:020
Aggiornamento : 21.01.2021 - 07:43

Le nuove varianti circolano, la Svizzera dovrebbe intervenire?

Per il dottor Andreas Cerny il prossimo passo è la chiusura dei comprensori sciistici

Ma anche intervenire sulle scuole «non dovrebbe essere più tabù».

Fonte 20 Minuten / Daniel Graf
elaborata da Jenny Covelli
Giornalista

LUGANO - Le varianti del coronavirus fanno paura. Anche se i dati nel nostro cantone e in Svizzera appaiono più bassi rispetto a un mese fa, l’elevata contagiosità delle nuove varianti è capace di far scoppiare grossi focolai. Come nei due hotel di lusso messi in quarantena a St. Moritz. O il caso della donna rientrata in Belgio con il coronavirus da una vacanza sulla neve in Svizzera, che ha causato la quarantena di 5’000 persone per non avere rispettato i provvedimenti delle autorità. O l’intera scuola messa in quarantena a Morbio Inferiore. Le misure e i piani di protezione finora in atto non sono più efficaci con le nuove varianti del Covid-19 in circolazione? 20 Minuten lo ha chiesto al dottor Andreas Cerny, specialista di malattie infettive e direttore dell’Epatocentro Ticino.

Perché le nuove varianti sono così contagiose?
«Stando a quanto si sa finora, il virus è mutato nella proteina che gli consente di attaccarsi alla cellula umana e di penetrarvi più facilmente. È per questo che il virus si diffonde più velocemente, anche tra i bambini. Si presume che il 10% delle nuove infezioni in Svizzera siano causate dalle nuove varianti».

I concetti di protezione adottati finora, quindi, non sono più sufficienti?
«Non è da escludere che ad esempio le mascherine offrano una protezione minore se il virus è presente nell’aerosol con particelle minuscole sospese in aria in ambienti chiusi. Pensando agli hotel, diverse persone si incontrano continuamente, in ascensore o negli spazi adibiti ai pasti. E i test di massa non sono infallibili: chi risulta negativo all’arrivo in hotel potrebbe non esserlo ugualmente qualche giorno dopo e contagiare altri. Basta una persona infetta per contagiarne molte in un albergo». 

Quindi cosa bisognerebbe fare?
«Penso non abbia senso chiudere bar e ristoranti e poi lasciare aperte le strutture alberghiere nei comprensori sciistici (e le loro aree per pranzo e cena). È vero che sulle piste il rischio di contrarre il virus sciando è molto basso, ma il problema risiede in tutto ciò che vi ruota attorno: il viaggio verso le piste, l’hotel, le cabinovie. Ecco perché dovrebbero chiudere».

E perché non intervenire sul distanziamento sociale? O l’uso delle mascherine?
«Finora non è ancora stato provato che utilizzare le FFP2 rallenterebbe i contagi da nuove varianti. Inoltre, la disponibilità di questo prodotto non è nota e non si vuole rischiare che poi vi sia carenza nelle unità di terapia intensiva degli ospedali».

Anche le scuole vengono sempre più colpite da focolai. È tempo di pensare anche alla loro chiusura?
«Penso di sì. Bisognerebbe comportarsi come in primavera. Iniziare vietando il canto e l’educazione fisica, così come tenere le lezioni in forma “ibrida” (metà classe alla volta). E a dipendenza di come evolverà la situazione epidemiologica, la chiusura totale delle scuole non dovrebbe essere considerata tabù».

C’è il rischio che il sistema di contact tracing entri nuovamente in crisi?
«Penso lo sia già in molti cantoni. Ora bisogna rintracciare anche i contatti dei contatti e si tratta di uno sforzo enorme».

È il caso che il nostro paesi ripensi la sua intera strategia per combattere il Covid-19?
«La campagna di vaccinazione partita nelle case anziani consentirà di evitare molti decessi e questo è un aspetto molto positivo. La Svizzera in questi 11 mesi ha continuamente rivisto la sua strategia, anche commettendo degli errori. Soprattutto, non sono stati fatti investimenti nella ricerca. L’obiettivo ora è tornare più in fretta possibile alla normalità e in questo può aiutarci il vaccino».

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